IL CONTRATTO DEI RICORDI RUBATI
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IL CONTRATTO DEI RICORDI RUBATI

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PARTE 9: IL GIORNO DEL GIUDIZIO

La pioggia battere senza pietà sui nostri volti, trasformando il terreno attorno alla spaccatura in un pantano di fango rosso. Il rumore del generatore elettrico continuava a pulsare ritmo costante, creando un'atmosfera surreale, illuminata a giorno dai fari alogeni piantati sul bordo della recinzione.

Elena fece un passo avanti, stringendo il manico del badile con nocche bianche per la tensione. I suoi occhi non esprimevano alcun dolore materno; vi si leggeva soltanto il terrore di chi vede crollare un castello di menzogne costruito in decenni di calcoli feroci.

— Metti giù quel corpo, Giovanni! — gridò Elena, la voce spezzata dal vento e dalla pioggia. — Se la polizia trova il corpo di Laura nella nostra proprietà, finiremo in prigione per il resto della nostra vita! Pensi che a qualcuno importerà di Nardi? Nardi è morto tre anni fa in una casa di cura! Risponderemo noi di tutto!

Giovanni guardò la moglie con un'espressione di infinita pietà e disgusto. Teneva il corpo di sua figlia stretto al petto come se fosse ancora la bambina che usava proteggere dai temporali venticinque anni prima.

— Nardi sarà anche morto, Elena, — disse Giovanni con una voce incredibilmente ferma, rotta soltanto dal sobbalzare del suo respiro, — ma io non vivrò più nella tua prigione di bugie. Abbiamo venduto l'anima per coprire questo segreto. Abbiamo tormentato Marco, abbiamo rubato la terra, abbiamo finto che nostra figlia non fosse mai esistita... Tutto per cosa? Per la tua paura di affrontare il giudizio della gente?

— Non era solo per me! Era per noi! — strillò la donna, isterica. Si rivolse ai due operai che assistevano alla scena ammutoliti. — Voi due! Cosa state aspettando?! Spingeteli dentro quella fossa e riempite tutto con il betoniera! Vi pagherò il triplo! Vi darò tutto quello che volete!

I due uomini di città si guardarono l'un l'altro, palesemente sbigottiti e inorriditi da ciò a cui stavano assistendo. Quello che credevano fosse un semplice lavoro di scavo notturno per una controversia di confini si era trasformato nel disseppellimento di un cadavere e in un tentativo di occultamento di reato.

Il più alto dei due fece un passo indietro, spegnendo l'interruttore del generatore principale.

— Noi non c'entriamo niente con questa storia, signora, — disse l'uomo con voce grave, tirando fuori il cellulare dalla giacca impermeabile. — Chiamo la Polizia e l'ambulanza adesso stesso.

— No! — urlò Elena, scagliandosi verso l'operaio con il badile sollevato.

Intervenni d'istinto. Mi lanciai tra Elena e l'uomo, afferrando il manico d'acciaio del badile prima che potesse colpirlo. La forza della disperazione della donna era incredibile, ma la spinta del mio peso la fece scivolare nel fango. Cadde in ginocchio, fango e acqua che le imbrattavano il viso e i vestiti eleganti, mentre il badile le sfuggiva dalle mani.

Rimanemmo tutti bloccati sotto la pioggia battente. L'operaio composed rapidamente il numero d'emergenza, parlando a voce alta con l'operatore della centrale operativa dell'Arma dei Carabinieri.

Giovanni si incamminò lentamente verso il portico della mia casa, lontano dalla fossa devastata e dal fango. Lo seguii a distanza di sicurezza per assicurarmi che non cadesse per la fatica. Si sedette sulle scale in muratura del portico, coprendo delicatamente il viso di Laura con un lembo del mio giubbotto per proteggerla dalla pioggia.

Elena rimase seduta nel fango per lunghi minuti, fissando il vuoto mentre il suono lontano delle sirene dei Carabinieri cominciava a farsi strada tra le vie della periferia, rompendo per sempre il silenzio irreale di quella zona residenziale.

Guardai la siepe d'ibisco sradicata, il terreno sventrato e il metro d'acciaio che giaceva ancora a terra, oramai sommerso dalla melma.

La verità era finalmente emersa dalla terra, ma sapevo che il conto da pagare per tutti noi era appena iniziato. E che le sorprese nascoste in quell'angolo di periferia non si erano ancora del tutto esaurite.