PARTE 13: L'ULTIMO ATTO DI FOLLIA
Non attesi che il Capitano Rauzi chiamasse i rinforzi. Salii di corsa sulla mia auto e me ne andai dal comando provinciale a velocità folle, tagliando il traffico cittadino sotto la pioggia che aveva ricominciato a cadere violentemente.
In venti minuti percorsi la strada statale che portava alla periferia. Le luci della mia casa apparvero in lontananza, immerse in una penombra sinistra. Il cancello d'ingresso della proprietà di Giovanni era spalancato, con le cerniere piegate.
Parcheggiai l'auto di traverso lungo il viale d'accesso, saltando fuori con la torcia elettrica in pugno.
Dall'interno della mia casa proveniva un bagliore sinistro e tremolante. Le finestre del salotto al piano terra stavano già emettendo fumo nero. Elena era penetrata all'interno ed aveva appiccato il fuoco alle tende e ai mobili di legno, decisa a distruggere la struttura e cancellare per sempre qualsiasi elemento di prova legato alle mappe catastali e al diario di Nardi.
Spinsi la porta d'ingresso principale, che era stata scardinata con una leva di ferro. L'aria all'interno era satura di fumo soffocante e calore.
— Elena! — gridai, coprendomi la bocca e il naso con la manica della giacca. — Fermati! La Polizia sa tutto! Hanno trovato il testamento di Adelaide!
Dall'oscurità del corridoio emerse la figura della donna. Non assomigliava più alla vicina distinta e impeccabile che avevo conosciuto per tre anni. I suoi capelli erano disordinati, il viso sporco di fuliggine e gli occhi sbarrati da una follia distruttiva. Teneva in pugno un vecchio revolver d'acciaio con il cane armato.
— Tu non sai niente! — urlò Elena, la voce rauca per il fumo. — Quel terreno era mio! La mia famiglia ha lavorato questa terra per generazioni prima che arrivassero Nardi e la sua cugina arricchita! Io ho preso solo quello che mi spettava di diritto!
— Hai ucciso tua cugina! Hai distrutto la vita di tua figlia e di tuo marito! — ribattei, facendo un lento passo indietro verso l'uscita mentre il fuoco divampava lungo le pareti di legno. — È finita, Elena! Consegna la pistola!
— Non finirà mai finché ci sarai tu a testimoniare! — gridò la donna, sollevando l'arma e puntandola direttamente al mio petto.
Un colpo secco risuonò nella stanza, accompagnato da una fiammata arancione.
D'istinto mi lanciai di lato verso il pavimento, sentendo il proiettile fischiare a pochi centimetri dal mio orecchio e conficcarsi nel telaio della porta.
Prima che Elena potesse premere nuovamente il grilletto, un'ombra imponente si scagliò su di lei alle sue spalle. Era Giovanni. Era entrato dalla porta posteriore della cucina, incurante del fuoco e del pericolo.
Giovanni afferrò i polsi della moglie con una forza sovrumana, cercando di disarmarla. I due ruzzolarono a terra tra le fiamme che stavano divorando il tappeto del salotto.
— Scappa, Marco! — urlò Giovanni, mentre lottava disperatamente per tenere la canna del revolver puntata verso l'alto. — Porta via i documenti! Salvati!
Un secondo sparo esplose nell'ambiente saturo di fumo.
I due corpi a terra si bloccarono all'istante. Un silenzio di tomba cadde sul salotto invaso dal fuoco, interrotto soltanto dallo scoppiettare delle travi di legno che cedevano sotto il calore.






