IL CONTRATTO DEI RICORDI RUBATI
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IL CONTRATTO DEI RICORDI RUBATI

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PARTE 11: L'INCENDIO DEL CAPANNO

Corsi fuori insieme al Capitano Rauzi e a due agenti di pattuglia, incurante della pioggia che continuava a cadere incessante. Attraversammo il roseto devastato e ci dirigemmo verso il margine del bosco di querce che delimitava la proprietà a nord.

Nel buio della notte, una colonna di fuoco e fumo denso si ergeva sopra la chioma degli alberi. Il vecchio capanno in legno degli attrezzi era completamente avvolto dalle fiamme, che ruggivano divorando le travi secche nonostante la pioggia battente. L'odore di cherosene era fortissimo nell'aria.

I vigili del fuoco, arrivati con un'autobotte lungo il sentiero forestale, stavano già azionando gli idranti per domare l'incendio prima che si propagasse al resto della vegetazione.

— C'era qualcuno dentro?! — urlo il Capitano Rauzi al capo della squadra dei vigili del fuoco.

— Abbiamo trovato la porta sbarrata dall'esterno con una trave di ferro! — rispose il pompiere urlando per coprire il ruggito delle fiamme. — Stiamo cercando di abattere la parete posteriore con le accette! Abbiamo sentito dei colpi dall'interno fino a pochi minuti fa!

Mi avvicinai al perimetro del capanno, tenendo gli occhi riparati dal calore intenso. Attraverso la finestra priva di vetri, divorata dal fuoco, si vedeva l'interno dell'ambiente. Non era un semplice deposito per attrezzi agricoli. Le pareti erano ricoperte di mappe della mia casa, fotografie scattate da lontano che ritraevano me durante le mie giornate in giardino, e dettagliate planimetrie dei confini catastali.

Ma la cosa più sconvolgente era al centro della stanza: un grande monitor collegato a una rete di micro-telecamere mimetizzate tra i rami della siepe di ibisco e sui pali della recinzione.

Qualcuno aveva spiato ogni singola mossa della mia vita e di quella dei vicini per tre anni interi.

Con un boato sordo, la parete posteriore del capanno venne abbattuta dai pompieri. Due uomini della squadra d'assalto entrarono avvolti nelle loro tute ignifughe, riemergendo poco dopo trascinando a terra una figura umana completamente ricoperta di fuliggine e ustioni.

I medici del 118 si lanciarono immediatamente sul corpo, applicando la maschera dell'ossigeno.

Mi avvicinai lentamente. Il volto dell'uomo era martoriato dalle fiamme e dall'età, ma gli occhi... quegli occhi chiari e affilati erano gli stessi che mi avevano fissato dall'altra parte della recinzione poche ore prima. Era un uomo anziano, incredibilmente magro, con abiti consunti che odoravano di benzina.

Valerio Nardi era vivo. Ma le sue condizioni erano disperate.

Nardi piegò leggermente la testa verso di me, tossendo violentemente e sputando sangue nero. Con una mano tremante e ustionata mi afferrò la manica della giacca, tirandomi verso il suo viso con una forza inaspettata per un uomo ridotto in quel stato.

— Elena... — sussurrò con una voce che sembrava un soffio di cenere. — Elena... ha appiccato lei il fuoco... prima che arrivassero i Carabinieri... Voleva bruciare... l'ultimo documento...

— Quale documento, Nardi?! — chiesi, piegandomi su di lui. — Parla! Quale documento?!

— Il testamento... di mia moglie... — rantolò l'anziano, le pupille che cominciavano a dilatarsi sotto la luce dei fari. — La casa... la terra... non sono mai state mie... Appartenevano alla madre di Laura... Elena ha ucciso... mia moglie... venticinque anni fa...

Il braccio dell'anziano cadde inerte sul terreno bagnato. Il monitor del defibrillatore portatile applicato dai medici emise un suono continuo e lineare.

Valerio Nardi era morto, portando con sé gli ultimi pezzi di un mosaico d'orrore che svelava un delitto ancora più antico e spaventoso.