PARTE 2: L'OMBRA NELSUSSURRO DELLE FOGLIE
Il geometra Bianchi rimase in piedi al centro del mio salotto per diversi minuti dopo che fui rientrato dal giardino. L'aria in casa era diventata densa, quasi irrespirabile. Sul tavolo di quercia, i fogli di mappa catastale sembravano testimoni muti di una truffa consumata nel tempo. Bianchi si riassestò gli occhiali sul naso aquilino e sospirò fortemente, rompendo un silenzio che cominciava a farsi insostenibile.
— Vede, signor Marco, — cominciò il geometra, mantenendo un tono di voce stranamente cauto, quasi temesse che le pareti potessero ascoltare, — le misurazioni attuali indicano chiaramente che i pali della recinzione sono stati riposizionati. Ma non è un lavoro recente. Se dovessi fare una stima basata sullo stato di ossidazione del metallo e sull'invecchiamento delle radici della siepe di ibisco, direi che quella barriera è stata spostata almeno otto o nove anni fa. Ben prima che lei acquistasse questa casa.
Quelle parole caddero su di me come pietre pesanti. Otto o nove anni fa. Prima del mio arrivo. Questo significava che il precedente proprietario, un anziano professore di storia in pensione chiamato Valerio Nardi, o era stato complice di quella manovra, oppure era stato ingannato a sua volta.
— Ma il signor Nardi viveva qui da solo, vero? — chiesi, cercando di mettere ordine tra le idee che si affollavano nella mia mente. — Quando ho comprato la casa tramite l'agenzia, mi era stato detto che il vecchio proprietario era stato trasferito in una residenza assistita causa salute ragionevolmente precaria. Non si è mai parlato di discrepanze sui confini.
Bianchi raccolse con estrema cura le mappe ingiallite, ripiegandole lungo le pieghe oramai logore dal tempo. — Valerio Nardi era un uomo estremamente meticoloso, Marco. Lo conoscevo personalmente. Non era il tipo da farsi rubare un metro di terra senza dire una parola. Se quella recinzione è stata spostata quando lui viveva ancora qui, significa solo due cose: o ha firmato un accordo privato di cui non c'è traccia negli archivi pubblici, oppure... è successo qualcosa che lo ha costretto a stare zitto.
L'espressione del geometra si fece ancora più cupa. Mi confidò che era stato contattato da Elena soltanto tre giorni prima. La donna gli aveva chiesto una "certificazione di fatto" per avviare la procedura di usucapione. L'usucapione: l'istituto giuridico che permette di acquistare la proprietà di un bene immobile mediante il possesso continuato e incontestato per vent'anni. O, in certi casi speciali di usucapione abbreviata, dieci anni con possesso in buona fede.
Tutto tornava. Il pezzo del puzzle s'incastrava perfettamente con una freddezza calcolata che mi fece venire i brividi. I tre anni di tosaerba non erano solo un modo per creare una finta pretesa di debito morale. Erano serviti a dimostrare davanti agli occhi di tutta la comunità che Giovanni ed Elena usufruivano di quel pezzo di terra alla luce del sole, curandolo e gestendolo come se fosse stato loro da sempre, senza che io alzassi mai un dito per protestare.
Dopo che il geometra Bianchi ebbe lasciato la casa con la promessa di inviarmi un rapporto dettagliato ed esaminare gli archivi storici del comune, rimasi solo con le mie ombre. Il sole cominciava a calare dietro la linea delle colline, tingendo il cielo di un rosso cupo e sanguigno.
Presi una torcia elettrica dal cassetto della cucina e una piccola pala da giardinaggio. Qualcosa dentro di me pretendeva risposte immediate. Se la recinzione era stata spostata otto anni prima, doveva esserci un segno fisico del vecchio confine. Un picchetto di pietra, un tubo di ferro piantato nel terreno, qualcosa che i periti dell'epoca usavano per delimitare i lotti agricoli.
Uscii di casa a passi lenti, cercando di non far scricchiolare la ghiaia del viale. L'erba alta mi bagnava i pantaloni con le prime gocce di rugiada serale. Raggiunsi il roseto piantato da mia madre, la zona più vicina alla siepe d'ibisco che delimitava la proprietà dei vicini. Lì, proprio dove la terra era più soffice e coperta da uno strato di foglie marcescenti, mi inginocchiai.
Cominciai a scavare. La pala affondava nella terra umida con uno scricchiolio sommesso. Sotto i primi dieci centimetri di terriccio scuro, la punta d'acciaio urtò un oggetto duro. Non era una pietra. Il suono era metallico, sordo.
Con le dita terrose scavai più a fondo, illuminando la buca con il fascio stretto della torcia. Non si trattava di un vecchio picchetto catastale. Tra la terra emersa spiccava un piccolo contenitore d'acciaio zincato, lungo circa venti centimetri, chiuso ermeticamente con del nastro adesivo da imballaggio ormai deteriorato dall'umidità del sottosuolo.
Il cuore mi batté con una violenza improvvisa contro le costole. Qualcuno aveva sepolto quella scatola proprio lungo la linea del vecchio confine.
Tenendo la scatola tra le mani tremanti, rimasi accucciato nell'erba. Fu in quel preciso istante che avvertii una presenza. Un brivido gelido mi percorse la schiena, rendendo rigido ogni muscolo del mio corpo.
Lentamente, senza fare rumori bruschi, alzai lo sguardo oltre il roseto, verso il confine segnato dall'ibisco.
Dall'altra parte della recinzione, immerso nell'ombra fitta della sera, c'era un uomo. Non era Giovanni. L'ombra era molto più alta, magra, con una postura leggermente incurvata. Sostava immobile tra i rami dell'ibisco, con il volto completamente oscurato dalla penombra, ma potevo sentire i suoi occhi fissi su di me e sulla scatola di metallo che tenevo stretta tra le mani.
— Chi c'è lì? — chiesi, tentato di alzare la voce, ma dalla mia gola uscì solo un sussurro soffocato.
L'figura non rispose. Non fece alcun movimento per scappare. Semplicemente, alzò un braccio e indicò con un dito lungo e sottile verso la scatola che stringevo al petto, per poi fare un lento gesto con la testa, come a dire che avevo appena aperto un cancello che sarebbe stato impossibile richiudere.
In quel momento, un rumore sordo e improvviso provenne dall'interno della casa di Giovanni: il pianto disperato e soffocato di una donna.






