PARTE 3: IL SEGRETO DI VALERIO NARDI
Il pianto nell'oscurità si spense rapidamente, inghiottito dal silenzio inquietante della notte di periferia. L'ombra misteriosa al di là della recinzione si dissolse tra i rami d'ibisco come se non fosse mai esistita, lasciandomi solo, immerso nell'erba bagnata, con la scatola di metallo ancora stretta tra le mani incrostate di terra.
Corsi verso casa con il fiato corto, chiudendo a chiave la porta d'ingresso e tirando le pesanti tende del salotto. Il cuore mi martellava nel petto. Chi era quell'uomo? Giovanni ed Elena non avevano figli che io sapessi, e non avevo mai visto ospiti frequentare la loro proprietà nei tre anni in cui avevo vissuto lì.
Mi sedetti al tavolo della cucina, posizionando la scatola zincata sotto la luce fredda del lampadario a neon. Il nastro isolante che la sigillava era ormai secco e screpolato. Usai un coltello da cucina per incidere la plastica indurita e fare leva sul coperchio arrugginito. Con un piccolo scatto metallico, il contenitore si aprì.
All'interno non c'erano gioielli né denaro. C'era un taccuino dalla copertina di pelle nera, consumata lungo i bordi, e un piccolo mazzo di chiavi legate da un filo di rame arrugginito.
Aprii il taccuino. La grafia era sottile, precisa, elegante: la scrittura tipica di un uomo d'altri tempi. Apparteneva a Valerio Nardi, il vecchio proprietario della mia casa. La prima pagina riportava una data precisa: 14 Ottobre 2015. Ovvero, circa nove anni prima.
Cominciai a leggere con le dita che tremavano leggermente sui fogli ingialliti:
"14 Ottobre. Giovanni ha ricominciato a scavare vicino al confine est. Dice che vuole piantare una nuova siepe per proteggere la privacy di entrambe le proprietà, ma io so cosa sta cercando. Non gli basta quello che è successo vent'anni fa. Pensa che io conservi ancora i documenti del vecchio cantiere. Se sapesse la verità, non si limiterebbe a spostare i paletti. Elena lo guidera verso la mia rovina."
Sfogliai rapidamente le pagine successive. Il diario raccontava una storia che andava ben oltre una disputa di vicinato. Valerio Nardi descriveva pressioni continue, minacce velate e piccoli atti di vandalismo notturno volti a sfinirlo psicologicamente. Giovanni ed Elena non stavano cercando soltanto di espandere il proprio terreno; stavano cercando qualcosa che credessero fosse sepolto o nascosto lungo quella linea di confine.
Una nota datata 3 Maggio 2016 attirò particolarmente la mia attenzione:
"Oggi Elena mi ha mostrato la foto. Aveva quel sorriso freddo che mi fa gelare il sangue. Mi ha detto che se non lascio che Giovanni sposti la recinzione di un metro, invierà tutto alla Procura. Ho dovuto cedere. Ho permesso loro di spostare i paletti. Ma ho nascosto l'unica prova reale nel terreno, dove non la troveranno mai. Se qualcuno leggerà queste righe, cerchi nella vecchia cantina sotterranea sotto il pollaio abbandonato. Lì c'è la risposta a ciò che è accaduto alla figlia dei Nardi."
Trattenni il respiro. Una figlia? Giovanni ed Elena avevano avuto una figlia? In tre anni di vicinato, nessuno in paese mi aveva mai accennato alla presenza di un figlio nella loro vita. Tutti li consideravano una coppia senza eredi, due anziani soli e risentiti che vivevano nel culto del proprio giardino.
Mi alzai dalla sedia, camminando nervosamente per la stanza. Le tessere del puzzle cominciavano a comporre un quadro spaventoso. La richiesta dell'usucapione, l'ossessione per quel metro di terra, l'erba tagliata ogni domenica con precisione maniacale... Giovanni non voleva solo dimostrare la continuità del possesso; voleva impedire a chiunque altro di scavare o di ristrutturare quel pezzo di giardino. Controllava la terra per proteggere un segreto.
Un forte bussare alla porta d'ingresso mi fece trasalire.
Un colpo sordo, cadenzato, pesante. Poi un altro.
Guardai l'orologio da parete: erano le ventitré e quarantacinque. A quell'ora della notte, in quella zona isolata della periferia, non passava mai nessuno.
Mi avvicinai lentamente alla porta, mantenendo il taccuino di Nardi nascosto dietro la schiena. Guardai attraverso il piccolo spioncino di vetro opaco.
Fuori, sul portico illuminato dalla fioca luce della lampada esterna, c'era Giovanni. Non indossava il suo solito berretto da baseball. Il suo viso era visibile per intero, scavato da rughe profonde e illuminato da due occhi arrossati, sbarrati, palesemente terrorizzati. Teneva in mano qualcosa di pesante, avvolto in un panno scuro.
— Marco... — la sua voce filtrò attraverso il legno della porta, rauca e tremante. — Apri, per favore. So che sei stato al confine. So che hai trovato la scatola di Valerio. Devi ridarmela prima che sia troppo tardi. Lui è tornato.






