PARTE 8: LE OMBRE SOTTO IL ROSETO
La vibrazione del terreno sopra di noi si fece sempre più intensa. Piccoli frammenti di intonaco e mattoni cominciarono a staccarsi dalla volta della stanza sotterranea, cadendo sul tavolo di metallo e rimbombando nel silenzio del passaggio. Il generatore e la trivella in superficie stavano spingendo i loro bracci d'acciaio nel terreno, pericolosamente vicini alla cavità in cui ci trovavamo.
— Dobbiamo uscire di qui! — gridai, afferrando Giovanni per il bavero della giacca e costringendolo ad alzarsi in piedi. — La struttura non reggerà ancora per molto! Se la volta cede, verremo sepolti vivi!
— Non posso me ne andare senza di lei! — urlò Giovanni, opponendo resistenza con la forza della disperazione. Puntò la lanterna verso una pesante porta di legno rinforzata con bande d'acciaio che si trovava sul lato opposto della stanza, sigillata da un grosso catenaccio. — Laura è là dentro! Nardi ha chiuso a chiave quella stanza prima di abbandonare la casa nove anni fa! Non ho mai avuto la chiave per aprirla!
Mi ricordai improvvisamente del mazzo di chiavi di rame che avevo trovato nella scatola di metallo sepolta sotto il roseto.
Corsi verso la porta sigillata. La serratura era ingombrata da uno strato fitto di ragnatele e ruggine. Inserii la seconda chiave del mazzo, quella più grande e quadrata. Ruotai il metallo con violenza, applicando tutto il peso del mio corpo. La serratura si sbloccò con uno stridore secco.
Spinsi la porta.
La stanza adiacente era molto più piccola, simile ad una cella. Al centro, sopra un semplice letto d'ottone perfettamente conservato nonostante l'umidità, giaceva una figura immobile sotto un lenzuolo bianco ormai ingiallito. Sopra il comodino c'era un piccolo carillon di legno a forma di giostra e un diario di lettere mai spedite.
Giovanni si precipitò all'interno della stanza, cadendo in ginocchio accanto al letto e scoppiando in un pianto dirotto, toccando con mani tremanti l'orlo del lenzuolo.
— Perdonami... perdonami Laura... non sono riuscito a proteggerti... — mormorava continuamente, completamente sordo ai boati che provenivano dal soffitto.
Un secondo colpo di trivella spaccò letteralmente una delle travi portanti del soffitto della stanza principale. Una crepa profonda si aprì lungo la parete di mattoni, facendo penetrare un flusso d'aria fresca dall'esterno insieme a un fascio di luce artificiale bianca.
I fari dei lavoratori di Elena avevano trafitto la volta della cavità.
— Giovanni, dobbiamo portarla via adesso se vuoi darle una sepoltura degna! — gridai, afferrandolo per le spalle e scuotendolo con forza. — Se restiamo qui, il cemento coprirà tutto e tua moglie vincerà!
Quelle parole sembrarono riattivare una scintilla di lucidità negli occhi dell'uomo. Giovanni annuì con energia, asciugandosi le lacrime con la manica. Insieme, con estrema delicatezza, sollevammo i resti avvolti nel lenzuolo. Erano incredibilmente leggeri, come se il tempo e la terra avessero prosciugato ogni peso fisico.
Guadai verso la crepa che si era aperta nel soffitto. Non potevamo tornare indietro verso la scala del pollaio: il corridoio d'accesso era già parzialmente bloccato dal crollo dei primi mattoni. L'unica via d'uscita era la spaccatura creata dalla trivella degli uomini di Elena, che si apriva direttamente sulla striscia di terreno contesa, proprio accanto al roseto.
— Sali sulle mie spalle! — dissi a Giovanni, posizionandomi sotto la riapertura da cui cadevano cascate di terra smossa. — Ti passerò il corpo di Laura, poi ti arrampicherai fuori e mi darai una mano ad salire!
Giovanni esitò solo per un istante, poi accettò. Con sforzo enorme, sorreggendo il carico sacro e doloroso che portavamo con noi, usammo la breccia per guadagnare la superficie.
Uscimmo fuori all'aria aperta proprio mentre una nuova pioggia estiva cominciava a cadere violentemente dal cielo scuro, lavando via la terra dalle nostre facce.
Ma ad attenderci in superficie non c'era solo la pioggia.
Elena era li, a pochi metri da noi, illuminata dai fari del cantiere. Teneva in mano un lungo badile d'acciaio, con il volto sfigurato da una rabbia folle. Accanto a lei, i due operai ingaggiati in città rimase bloccati dalla sorpresa, guardando il fagotto che Giovanni teneva stretto tra le braccia.
— Che cosa avete fatto?! — urlò Elena, la sua voce acuta che tagliava il rumore del temporale. — Riponetela subito là sotto! Avete distrutto tutto!






