IL CONTRATTO DEI RICORDI RUBATI
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IL CONTRATTO DEI RICORDI RUBATI

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PARTE 5: LA STRUTTURA SEPRETA

Rimasi al buio vicino alla finestra del salotto, sbirciando da dietro la tenda. I due uomini scesi dal fuoristrada nero stavano conferendo con Elena vicino al cancello principale della loro abitazione. Elena parlava gesticolando in modo concitato, mostrando loro dei fogli di carta che riconobbi come le stampe dei documenti catastali. Giovanni non si vedeva da nessuna parte; probabilmente si era rifugiato all'interno della casa.

I due individui scaricarono dal bagagliaio del fuoristrada alcune attrezzature pesanti: treppiedi con potenti fari da cantiere alimentati a batteria e uno strumento d'ispezione ad ultrasuoni di quelli usati dalle ditte di costruzione per individuare le cavità nel sottosuolo. Non avevano intenzione di aspettare la mattina. Volevano mappare ed eliminare ogni anomalia nel terreno durante la notte, lontani da sguardi indiscreti.

Non potevo rimanere inerte ad aspettare che distruggessero le prove. Se quello che Giovanni aveva detto era vero, e se il diario di Valerio Nardi non era il delirio di un anziano paranoico, c'era qualcosa di terribile sepolto sotto quel confine, e io ero l'unico a possedere la chiave per arrivarci prima di loro.

Stringendo nella tasca dei giubbotto il piccolo mazzo di chiavi di rame e il taccuino di Nardi, scivolai fuori dalla porta posteriore della mia casa, quella che dava sull'orto sul retro. Il buio era il mio unico alleato. Avanzai a tentoni, tenendomi basso lungo il muro perimetrale per evitare di incrociare i fasci di luce dei fari che i due uomini stavano montando vicino alla siepe di ibisco.

Il pollaio abbandonato era una struttura fatiscente in mattoni rossi e legno marcito, situata nell'angolo nord-ovest del mio cortile, quasi soffocata da rovi e piante rampicanti. In tre anni non mi ero mai spinto fino a quel punto, considerandolo soltanto un cumulo di macerie inutili che avrei dovuto demolire prima o poi.

Raggiunsi la struttura. Il tetto di tegole era parzialmente crollato e le pareti erano coperte di edera densa. Con molta cautela, facendomi strada con la lama del coltello per tagliare i rovi più spessi, cercai l'ingresso.

La porta in legno grezzo del pollaio era chiusa da una catena arrugginta, fissata con un vecchio lucchetto d'acciaio. Estrassi il mazzo di chiavi di rame dalla tasca. La terza chiave, la più piccola e ricurva, s'inserì nella toppa del lucchetto. Feci pressione. Il metallo scricchiolò, opposto al tempo e alla ruggine, poi cedette con un "clack" nitido che mi fece trasalire.

Rimossi la catena e spinsi la porta. Un odore forte di muffa, terra umida e qualcosa di indescrivibilmente stantio mi investì in pieno volto, facendomi tossire a mezza bocca.

Accesi la torcia elettrica puntandola verso il basso. Il pavimento del pollaio era coperto di paglia marcia e detriti. Ma al centro della stanza, quasi del tutto celata da una serie di vecchie assi di legno marcito, c'era una botola di ferro battuto, dotata di una grande maniglia ad anello.

Mi inginocchiai, spostando le assi con la massima cura per non fare rumore. L'anello di ferro era freddo come il ghiaccio. Vi infilai le dita e tirai verso l'alto con tutte le mie forze.

Con un stridore metallico che parve risuonare per tutto il cortile, la pesante botola si sollevò, rivelando un'apertura quadrata che si perdeva nelle tenebre sottostanti. Una scala in muratura scendeva ripida nel buio profondo.

Dall'esterno giunse improvvisamente il rumore di un generatore a benzina che si metteva in moto, seguito dal brusio delle voci degli uomini di Elena che si avvicinavano lungo la recinzione. Stavano cominciando le loro rilevazioni.

Senza esitare oltre, cominciai la discesa nell'oscurità.