IL CONTRATTO DEI RICORDI RUBATI
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IL CONTRATTO DEI RICORDI RUBATI

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PARTE 4: LA VISITA NOTTURNA

Rimasi immobile dietro la porta sigillata, con il taccuino di Valerio Nardi che mi pesava tra le mani come un blocco di ghiaccio. Il respiro di Giovanni dall'altra parte del legno era affannoso, sibilante, come quello di un uomo che aveva corso a lungo per sfuggire a un pericolo invisibile.

— Non aprirò, Giovanni, — dissi con voce ferma, cercando di nascondere il tremore che mi scuoteva dentro. — So della recinzione. So che l'avete spostata voi nove anni fa minacciando il vecchio Nardi. E so che mi avete mentito per tre anni.

Un silenzio pesante cadde sul portico. Poi sentii un lungo sospiro, seguito dal rumore metallico di qualcosa che veniva appoggiato pesantemente sul pavimento di mattoni del portico.

— Non capisci, Marco... — mormorò Giovanni, la voce rotta da un'emozione che non sembrava più rabbia, ma pura e semplice disperazione. — Elena ti ha parlato del terreno e dell'usucapione perché lei pensa solo ai soldi e alle carte legali. Ma io non ho mai voluto la tua terra per cattiveria. Io volevo solo proteggere quello che c'è sotto.

— E cosa c'è sotto, Giovanni? — chiesi, avvicinando il viso alla porta. — Di quale figlia parlava Nardi nel suo diario? Chi era l'uomo che ho visto stasera vicino alla siepe?

Giovanni fece un passo indietro. Attraverso lo spioncino vidi il suo volto impallidire visibilmente sotto la luce giallastra del portico.

— L'hai... l'hai visto anche tu? — farfugliò, facendo un gesto sconnesso con la mano. — Allora non sono impazzito. È tornato davvero. Marco, ascoltami bene. Se non mi dai quel taccuino e le chiavi che trovi dentro la scatola, Elena farà un passo falso. Ha chiamato delle persone in città. Domani mattina arriverà una ditta per scavare una fossa lungo la recinzione e posare le fondamenta di un muro di cemento definitivo. Vogliono chiudere la pratica prima che il geometra presenti la sua perizia.

— E perché questo ti spaventa tanto? — incalzai. — Se mettono il cemento, la terra rimarrà coperta per sempre. Non è quello che volevate?

— Se scavano con le macchine... — Giovanni si fermò, inghiottendo a fatica, come se pronunciare quelle parole potesse scatenare una maledizione. — Se scavano con gli escavatori automatici, distruggeranno la volta del vecchio passaggio sotterraneo. La cantina di cui parla Nardi non è sotto la sua casa. Si estende fin sotto il nostro confine. Se la rompono, quello che si trova là dentro salirà in superficie. E allora non ci sarà più salvezza per nessuno di noi.

Sgranai gli occhi. Il passaggio sotterraneo. Il diario di Nardi menzionava una cantina sotto il pollaio abbandonato, una piccola struttura in muratura ormai crollata che si trovava nell'angolo più remoto del mio terreno, a pochi metri dal roseto.

— Giovanni, vattene — dissi, cercando di riprendere il controllo delle mie emozioni. — Domani parlerò con la polizia e con il geometra Bianchi. Non permetterò a nessuno di scavare finché non si farà chiarezza su cosa è successo a questa proprietà.

— La polizia? — Giovanni emise una risata amara, priva di qualsiasi umorismo. — La polizia non troverà nulla nei loro archivi, Marco. Perché per la legge, nostra figlia Laura non è mai esistita. Non è mai stata registrata all'anagrafe venticinque anni fa. Nardi l'ha fatta nascere in quella casa... ed è lì che lei è rimasta.

Prima che potessi fare un'altra domanda, il suono di un clacson risuonò forte lungo la strada sterrata. Dei fari abbaglianti tagliarono l'oscurità del cortile, illuminando le finestre del mio salotto. Un grande fuoristrada nero si arrestò a motore acceso davanti al cancello d'ingresso.

Giovanni sobbalzò. Guardò verso la vettura con terrore puro nei suoi occhi scuri.

— È troppo tardi... — mormorò con voce spezzata. — Elena li ha fatti venire prima del previsto. Non uscire di casa, Marco. Qualunque cosa tu senta stanotte nel giardino... non aprire a nessuno.

Giovanni si voltò e corse via nell'oscurità, scomparendo verso la sua abitazione prima che le portiere del fuoristrada si aprissero, lasciando scendere due figure imponenti vestite con scuri abiti da lavoro.