PARTE 6: LA CANTINA DEGLI SPETTRI
I gradini di pietra erano scivolosi, coperti da uno strato di umidità patinosa. Ogni passo scendeva sempre più in profondità nel cuore della terra. Il rumore del generatore esterno divenne rapidamente un ronzio soffocato, sostituito dal suono ritmico del gocciolio dell'acqua che filtrava attraverso le pareti di mattoni grezzi.
Il fascio di luce della mia torcia fendeva un'aria densa e polverosa. La scala terminava in un corridoio stretto, alto non più di due metri, con le pareti rinforzate da travature in legno scuro che mostravano evidenti segni di cedimento. Quel passaggio non era un semplice rifugio della Seconda Guerra Mondiale; era stato scavato o ampliato manualmente con estrema cura.
Avanzai a passo lento, tenendo la testa bassa per non urtare le travi. Dopo circa venti metri di cammino, il corridoio si aprì in un ambiente più vasto, una stanza circolare scavata nella roccia e rifinita in mattoni.
Quel luogo era congelato nel tempo.
Al centro della stanza c'era un vecchio tavolo in metallo da cantiere, sopra il quale giacevano apparecchiature mediche risalenti agli anni Ottanta e Novanta: flebo ossidate, flaconi di vetro frantumati, strumenti chirurgici coperti di ruggine e un grande registro rilegato in tela cerata verde.
Sulle pareti erano appese dozzine di fotografie stampate in bianco e nero e a colori. Mi avvicinai a una di esse con la torcia. La foto ritraeva una giovane donna poco più che ventenne, con lunghi capelli scuri e una sorprendente somiglianza nei tratti somatici con Giovanni. Ma nei suoi occhi c'era una tristezza profonda, quasi innaturale.
Accanto alle foto c'erano schede cliniche e grafici che tracciavano l'andamento di una patologia sconosciuta.
Presi il registro in tela cerata dal tavolo e lo aprii. La grafia al suo interno non era quella di Valerio Nardi, ma una grafia medica, distaccata, quasi clinica. La prima pagina recitava: Progetto Laura - Monitoraggio della sindrome neuro-degenerativa avanzata.
Leggendo le righe a scatto sotto la luce instabile della torcia, la terribile verità cominciava a delinearsi davanti ai miei occhi. Laura non era semplicemente una figlia nascosta. Era nata con una gravissima e rara malattia genetica, una patologia che i medici della città avevano dichiarato incurabile negli anni Novanta. Giovanni ed Elena, disperati e rifiutando l'idea di vederla morire in un ospedale o chiusa in un istituto, si erano rivolti al loro vicino: Valerio Nardi, un ex docente universitario che vantava conoscenze approfondite nel campo della ricerca farmacologica non autorizzata.
Nardi aveva trasformato quella cantina sotterranea in un laboratorio segreto e in una stanza di cura clandestina. Per oltre dieci anni, Laura aveva vissuto lì sotto, nascosta al mondo intero, sottoposta a trattamenti sperimentali nel disperato tentativo dei genitori di mantenerla in vita.
Ma il diario di Nardi che avevo in tasca diceva un'altra cosa.
Continuai a leggere il registro fino all'ultima pagina compilata, datata 12 Maggio 1999:
"Il trattamento n. 47 ha causato un arresto cardiocircolatorio irreversibile. Il soggetto non risponde più alle manovre di rianimazione. Giovanni ed Elena accusano il sottoscritto di omicidio. Devo sigillare la sezione est della cavità prima che richiedano un'autopsia ufficiale. La verità non deve mai uscire da questo perimetro."
Un soffio di vento gelido attraversò improvvisamente il corridoio alle mie spalle, portando con sé un suono inequivocabile: il rumore pesante di un passo umano che scendeva i gradini di pietra della scala.
Qualcuno era entrato nel sotterraneo.






