Il Viaggio Segreto a Padova
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Il Viaggio Segreto a Padova

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parte9: Le Confessioni nella Stazione di Polizia

Le luci al neon della sala degli interrogatori del commissariato centrale di Padova filtravano attraverso i vetri smerigliati della porta, proiettando ombre fredde e geometriche sulla scrivania in metallo. Paolo sedeva scomposto sulla sedia di plastica rigida, con i polsi finalmente liberi dalle manette ma l'espressione di un uomo la cui intera esistenza era stata ridotta in cenere nel giro di poche ore.

Di fronte a lui, l'ispettore capo e un funzionario dell'Agenzia delle Entrate sfogliavano metodicamente le pagine del voluminoso dossier che Chiara aveva fatto recapitare poche ore prima. — «Dottor Moretti, i riscontri bancari parlano chiaro» — esordì l'ispettore, sollevando lo sguardo per fissarlo negli occhi — «i conti intestati alle società cartiere registrate a nome di prestanome in Svizzera e nei Caraibi sono direttamente collegati alle vostre utenze personali.

E le testimonianze raccolte nelle ultime ore da almeno tre specializzande confermano una sistematica opera di ricatto psicologico e professionale.» — «Sono tutte menzogne... calunnie messe in piedi da una moglie rancorosa e da una studentessa frustrata!» sbottò Paolo, battendo violentemente un pugno sul tavolo metallico, sebbene la sua voce suonasse ormai vuota, priva di quella forza intimidatoria che un tempo incuteva timore reverenziale. — «Potete chiamarle come preferite, dottore, ma i documenti parlano la lingua dei numeri e delle firme autografe» — replicò impassibile il funzionario delle entrate, spingendo verso di lui una fotocopia ingrandita di un bonifico milionario — «e la cosa più interessante è che, grazie all'accordo di trasferimento patrimoniale firmato ieri mattina da vostra moglie davanti a un notaio, la quasi totalità dei vostri beni immobiliari è stata legalmente scorporata dal vostro asse ereditario prima del sequestro.

In parole semplici: siete legalmente sul lastrico.» Quel colpo fu definitivo. Paolo spalancó la bocca, cercando di formulare una frase che non prese mai forma; il respiro si fece corto, il petto si contrasse in un tic nervoso e il suo volto assunse una sfumatura grigiastra. Crollò in avanti, appoggiando la fronte sulla fredda superficie della scrivania, sopraffatto non tanto dalla legge, quanto dalla consapevolezza che la donna che aveva calpestato per vent'anni lo aveva battuto sul suo stesso terreno, con una freddezza e una lucidità di cui non lo aveva mai ritenuto capace.

Mentre fuori il cielo cominciava a schiarirsi, annunciando le prime luci di una nuova alba padovana, nel corridoio del commissariato Chiara e Beatrice attendevano in silenzio l'esito dell'interrogatorio. Sapevano che la battaglia legale non era che all'inizio, ma per la prima volta dopo decenni, il futuro non faceva più paura.