Il Viaggio Segreto a Padova
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Il Viaggio Segreto a Padova

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parte3: La Trappola Informatica e il Primo Movimento

Il trillo metallico del telefono continuava a risuonare nella stanza vuota, rompendo il silenzio denso di attesa che si era creato tra le due donne. Beatrice guardava lo schermo con il terrore dipinto sul volto, le dita paralizzate dal conflitto tra il desiderio di chiudere ogni rapporto con quell'uomo e la feroce sete di giustizia che aveva appena iniziato a divampare nel suo petto. — «Forza, rispondi» — sussurrò Chiara con un tono che non ammetteva repliche, poggiando una mano ferma sulla spalla della ragazza — «se chiudi adesso, ci perderai l'occasione di smascherarlo prima che metta in atto le sue prossime mosse finanziarie.

Ricorda che uomini come Paolo non cadono per gelosia; cadono quando tocchi ciò che amano di più: il loro denaro e la loro impeccabile reputazione pubblica.» Con un fremito lungo la schiena, Beatrice premette il tasto verde di risposta e portò l’apparecchio all’orecchio, tenendo il vivavoce attivato per volere di Chiara. — «Pronto? Beatrice, amore mio, perché ci hai messo così tanto a rispondere?» La voce di Paolo giunse dall’altoparlante calda, suadente, intrisa di quella finta premura che aveva incantato decine di vittime prima di lei. — «Ascoltami bene, tesoro.

Il convegno qui a Napoli sta andando per le lunghe, e l'albergo sul lungomare è incantevole. Ti ho detto di prendere le chiavi della villa a Padova e di aspettarmi lì nel massimo riserbo. Hai fatto come ti avevo ordinato, vero? Nessuno ti ha vista arrivare, spero.» Un brivido di disgusto corse lungo la schiena di Beatrice. Sentire quella voce affettuosa, consapevole ora della menzogna e della manipolazione che c'era dietro, le fece quasi voltare lo stomaco.

Si voltò verso Chiara, cercando nei suoi occhi la forza per replicare. Chiara le fece un cenno affermativo con il capo, mimando le parole con le labbra: “Digli che sei arrivata, ma che c'è qualcosa che non va.” — «Sì, Paolo... sono arrivata alla villa» — rispose Beatrice, sforzandosi di mantenere la voce ferma — «ma... c'è un problema grosso. La porta era socchiusa, e dentro... dentro non c'è più nulla.

I mobili sono spariti, le stanze sono vuote e... e c'è un odore strano, come di vernice fresca e di cose portate via in fretta.» Dall'altro capo del filo si propagò un silenzio tombale. Per alcuni secondi si udì solo il fruscio del vento e il rumore ovattato del traffico marittimo che faceva da sfondo alla presunta quiete del medico in trasferta. Poi, la voce di Paolo perse istantaneamente ogni sfumatura di dolcezza, trasformandosi in un sibilo acido e autoritario. — «Cosa diavolo stai dicendo, Beatrice?

Vuoi dire che la casa è vuota? È impossibile! Mia moglie... mia moglie non si sarebbe mai mossa di lì senza il mio permesso esplicito. Hai controllato bene? Non fare scherzi cretini, potresti rovinare tutto.» — «Non sto scherzando affatto, Paolo» — intervenne improvvisamente Chiara, avvicinandosi al telefono e parlando a voce alta, scandendo ogni singola sillaba con una precisione chirurgica — «la casa è vuota perché l'ho svuotata io.

E io non sono una delle tue stagiste sprovvedute che puoi manovrare a tuo piacimento. Sono tua moglie, Paolo. O meglio, sono colei che sta per portarti via tutto ciò per cui hai lavorato.» Il colpo fu così violento e inatteso che dall'altoparlante si udì chiaramente il tonfo sordo di un oggetto pesante — probabilmente lo smartphone stesso — caduto sul pavimento di marmo di una camera d'albergo campana. Il medico era rimasto letteralmente senza fiato, paralizzato dal terrore di veder crollare in un solo istante la sua doppia vita dorata.