parte1: Il Viaggio Segreto a Padova
Il corridoio dell’antica dimora patavina, in una mattina di inizio autunno, era sempre pervaso da un nobile sentore di incenso e da un leggero fresco che aleggiava sui pavimenti di marmo secolare. Chiara era lì, silenziosa, mentre chiudeva la cerniera della valigia di pelle scura per il marito. Ogni suo gesto era lento, preciso e stranamente sereno, come se stesse preparando il bagaglio per un consueto viaggio di lavoro, e non per una sorta di «pellegrinaggio» carico di mistero intrapreso dall’uomo che l’aveva accudita e amata per tutta una vita.
Paolo le stava di fronte, con il portamento impeccabile del noto chirurgo che sta per compiere cinquant’anni. Si chinò a baciarle la fronte, secondo un’abitudine rimasta immutata per decenni. — «Non toccare i conti correnti mentre non ci sono, Chiara. Spreccheresti solo il denaro per cose inutili.» La voce di Paolo era insieme premurosa e altezzosa, quel tono familiare che aveva logorato il cuore di Chiara per intere stagioni.
In quel momento, il cellulare appoggiato sul camice bianco appeso vicino vibrò sommessamente. Lo schermo si illuminò mostrando un piccolo cuore rosa acceso. Chiara era a un passo di distanza, e avvertì distintamente l’odore di un costoso profumo femminile che aleggiava sul colletto del marito — un sentore del tutto estraneo a quello dei fiori di lavanda che lei stessa distillava in casa.
Eppure Chiara non disse nulla. Non proruppe in rimproveri di gelosia, non si lasciò andare a scenate o a recriminazioni come avrebbero fatto altre donne tradite. Alzò lo sguardo verso l’uomo che un tempo era stato il suo mondo, e un leggero sorriso, quasi spettrale, le disegnò le labbra. — «Che il viaggio ti sia propizio, Paolo.» Chiuse il bagaglio.
Le sue mani snelle non tremavano affatto; il suo battito cardiaco era più regolare del pendolo dell’orologio appeso alla parete del soggiorno. Paolo sorrise soddisfatto, prese la valigia e uscì dalla grande porta, convinto che la moglie devota sarebbe rimasta ad aspettarlo in quell’antica casa, ignara di tutto, al suo ritorno da quello che definiva «un lungo convegno medico internazionale» nel Sud Italia.
Non immaginava minimamente che quel viaggio non fosse un semplice tradimento sentimentale, bensì il punto di partenza di un rovesciamento totale, preparato per anni nel silenzio. Appena all’alba, non appena l’ultimo taxi si fu perso tra i pini secolari, la villa cominciò a respirare un ritmo del tutto nuovo. Sparì l’oppressione, sparirono i pomeriggi solitari trascorsi a contare i propri sospiri.
Alle dodici in punto — meno di sei ore dopo la partenza di Paolo — venne firmato davanti a un notaio esperto il contratto di trasferimento della proprietà dell’antica dimora e di tutti i beni immobili intestati congiuntamente. Già pronti da tempo, gli impacchettatori trasportarono rapidamente il suo amato poltrona in pelle dal soggiorno, caricandola su un furgone sotto la guida decisa di Chiara.
Nel tardo pomeriggio la casa era ormai vuota, e il silenzio che vi regnava aveva il sapore della libertà. Chiara non rimise in ordine nulla. Entrò nel soggiorno rimasto spoglio, posò delicatamente a terra una tazza di camomilla ancora fumante. Si sedette sul pavimento freddo, bevve un sorso di tè, e per la prima volta dopo vent’anni trascorsi all’ombra di un uomo infedele, respirò a pieni polmoni.
Un respiro di liberazione. Passarono dieci giorni, veloci come una tempesta che non si vede. Paolo era convinto di vivere giorni di dolce luna di miele in riva al mare con una giovane amante, mandando di tanto in tanto fotografie di paesaggi per coprire le sue tracce. Immaginava Chiara chiusa in quella casa, affranta e sola. Ma la sera del decimo giorno, il campanello suonò.
Drin… drin… Chiara andò ad aprire sotto la luce fioca del portico della casa che aveva preso in affitto. Non c’era Paolo, con un sorriso compiaciuto o una scusa tardiva. C’era invece una donna sconosciuta, che stringeva due pesanti valigie e un anello nuziale in oro bianco che luccicava al lampione. Il volto era pallido, gli occhi gonfi e rossi per aver pianto a lungo; bastò guardarla per capire tutto.
Non era la seconda, né la terza delle amanti di cui mormorava la gente. Ma vedendo l’anello con la dedica incisa, e il terrore nello sguardo della donna, Chiara sospirò: provava amarezza, ma la sua mente era lucidissima. — «Non sei la seconda… e nemmeno la terza» — disse con voce calma, fissandola intensamente — «…sei la quarta, vero?» La porta si aprì del tutto, la brezza gelida entrò portando con sé i segreti più orribili dell’uomo che si faceva passare per un medico integerrimo, pronti a essere svelati alla luce.






