parte5: La Notte dei Lunghi Coltelli a Padova
La notte scorreva lenta, scandita dal ticchettio regolare della pioggia battente contro i vetri della modesta ma accogliente abitazione in cui Chiara si era rifugiata dopo aver svuotato la storica villa di famiglia. All’interno, la luce di una singola lampada da tavolo illuminava documenti, estratti conto bancari, ricevute fiscali e registri notarili disposti ordinatamente sul tavolo della cucina.
Beatrice, ormai calmatasi dallo shock iniziale, si era trasformata in un’alleata preziosa, aiutando Chiara a catalogare le prove che inchiodavano il dottor Paolo alle sue innumerevoli responsabilità civili e penali. — «Non avrei mai immaginato che tenesse traccia di tutto questo» — mormorò Beatrice, osservando una schermata del computer portatile che mostrava i dettagli di un conto offshore aperto in una banca di Lugano — «era così meticoloso nel lavoro in sala operatoria, eppure si è dimostrato di una superficialità sconcertante nel lasciare tracce così evidenti delle sue doppie vite.» — «Gli uomini arroganti come Paolo credono di essere intoccabili» — rispose Chiara senza sollevare lo sguardo dai fogli — «pensano che il camice bianco e la stima della gente siano uno scudo impenetrabile contro qualsiasi conseguenza.
Per anni mi ha fatto credere di essere io la debole, colei che dipendeva interamente da lui per il proprio sostentamento e per la propria identità sociale. Ma la verità, Beatrice, è che chi vive di menzogne costruisce ogni giorno la propria condanna, mattone dopo mattone.» Mentre le ore avanzavano verso le prime luci dell'alba, fuori dalla porta si udì il rumore sordo di un motore che rallentava bruscamente, seguito dallo sportello di un'auto che sbatteva con violenza.
Un fascio di fari abbaglianti tagliò l'oscurità del vialetto, proiettando ombre inquietanti sulle pareti del soggiorno. Era arrivato. Paolo non aveva aspettato l'alba: evidentemente aveva guidato per tutta la notte lungo l'autostrada deserta, divorato dalla furia e dalla paura di perdere tutto ciò che aveva faticosamente accumulato alle spalle della moglie.
I passi pesanti e concitati sul selciato esterno non lasciavano spazio a dubbi. Qualche istante dopo, un pugno violento e ripetuto tuonò contro il legno massiccio del portone d'ingresso. — «Chiara! Apri subito questa maledetta porta! So che sei dentro! Smetti di fare la bambina capricciosa e affrontami da persona civile!» ruggì la voce furibonda del chirurgo dall'esterno, incurante del fatto che la pioggia continuasse a scendere copiosa.
Chiara si alzò lentamente dalla sedia, aggiustandosi con un gesto misurato i polsini della camicia. Non c'era traccia di paura nei suoi occhi chiari, ma solo una fredda e incrollabile determinazione. Si voltò verso Beatrice, che tratteneva il respiro in un angolo della stanza, e le fece un cenno rassicurante con la mano. — «Rimani qui, Beatrice» — disse con un filo di voce gelida — «è arrivato il momento di riscuotere il biglietto d'ingresso per lo spettacolo.» Con gesti deliberatamente lenti, Chiara si diresse verso la porta, afferrò la maniglia di ferro battuto e la spalancò all'improvviso, accogliendo il marito furibondo nel cuore della notte padovana.






