Il Viaggio Segreto a Padova
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Il Viaggio Segreto a Padova

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parte13: L'Incursione nei Sotterranei della Clinica

Il buio dei sotterranei della clinica universitaria era denso, opprimente, pervaso da un persistente odore di umidità e disinfettante chimico. Le luci al neon del corridoio principale sfarfallavano debolmente, proiettando ombre lunghe e contorte sulle pareti scrostate. Un uomo incappucciato avanzava a passo rapido ma silenzioso, stringendo tra le mani una pesante borsa di tela e una torcia elettrica a luce fredda il cui fascio tagliava l'oscurità alla ricerca della porta blindata dell'archivio amministrativo riservato.

Era l'uomo incaricato dal professor Rinaldi di ripulire le prove prima che la magistratura potesse mettervi le mani sopra. Con gesti rapidi e sicuri, estrasse un mazzo di chiavi master dalla tasca, individuò la serratura di sicurezza della porta blindata e inserì la chiave con una certa abilità. La serratura scattò con un clic metallico che rimbombò sinistramente nel silenzio del sotterraneo.

L'uomo spinse la porta, fece per entrare nella stanza e sollevò la torcia per illuminare gli schedari metallici disposti in fila lungo le pareti. Ma prima che potesse compiere un solo passo all'interno, una voce ferma e autoritaria riscrisse all'istante le regole del gioco. — «Fermo lì! Polizia di Stato! Mani dove possiamo vederle!» Un fascio di torce ad altissima intensità si accese simultaneamente da entrambi i lati del corridoio, accecando l'intruso e inchiodandolo sul posto.

Quattro agenti in borghese della squadra mobile sbucarono dalle rientranze delle porte di servizio, con le armi impugnate ma abbassate, circondandoli in una morsa da cui non c'era via di scampo. L'uomo lasciò cadere la borsa di tela a terra con un tonfo sordo, sollevando le mani tremanti sopra la testa, completamente sopraffatto dalla rapidità dell'operazione.

Non aveva avuto nemmeno il tempo di sfiorare un solo fascicolo. Nel frattempo, al piano superiore, nel luminoso ufficio del direttore sanitario, i carabinieri stavano notificando al professor Rinaldi un nuovo mandato di arresto immediato per concorso in occultamento di prove, frode e associazione finalizzata alla turbativa d'asta. Il castello di carte su cui si reggeva l'intero sistema di potere della clinica era definitivamente imploso.

Mentre le manette scattavano anche ai polsi del direttore, una telefonata cifrata raggiunse il cellulare di Chiara, che si trovava ancora nello studio dell'avvocato Bernardi. La voce all'altro capo del telefono le diede la notizia che stava attendendo: — «Signora Moretti, l'operazione è conclusa. Hanno cercato di distruggere i documenti, ma li abbiamo bloccati in tempo. Ora nessuno potrà più insabbiare la verità.» Chiara chiuse la chiamata, sospirò profondamente e si voltò verso la finestra, guardando le luci della città che cominciavano ad accendersi nella sera padovana. La tempesta era passata, lasciandosi dietro macerie e giustizia.