Sposai un milionario morente per pagare l’operazione di mio figlio — ma quella sera, nella sua villa, chiuse la porta dietro di noi e disse: «I medici hanno già ricevuto i loro soldi. Ora puoi finalmente scoprire per cosa hai davvero firmato.»
News Story

Sposai un milionario morente per pagare l’operazione di mio figlio — ma quella sera, nella sua villa, chiuse la porta dietro di noi e disse: «I medici hanno già ricevuto i loro soldi. Ora puoi finalmente scoprire per cosa hai davvero firmato.»

0 visualizzazioni

PARTE 9

Il sangue mi si gelò nelle vene. Il telefono mi scivolò di mano, cadendo pesantemente sul pavimento di marmo e frantumandosi in mille pezzi. Caleb! Avevano preso Caleb! L'ospedale, la clinica privata dove avrebbe dovuto subire l'intervento salvavita l'indomani mattina... era stato violato. O forse erano stati corrotti i medici, o qualcuno all'interno del personale era d'accordo con Marcus e Victoria. Non importava come avessero fatto: avevano colpito l'unica persona al mondo per cui fossi disposta a morire.

Il dolore per la morte di Arthur evaporò all'istante, sostituito da una furia cieca e disperata. Dimenticai il testamento, dimenticai i milioni di dollari, dimenticai la villa, la sicurezza e la mia stessa vita. C'era solo mio figlio là fuori, in mano a degli avvoltoi senza scrupoli pronti a tutto pur di riprendersi la loro eredità.

Corsi fuori dallo studio, attraversai il corridoio come una furia e precipitai giù per le scale. I domestici erano da qualche parte nella zona di servizio, ignari di tutto ciò che era appena accaduto nell'ala padronale. Non avevo tempo di avvisare nessuno, non avevo tempo di chiamare la polizia. Sapevo che se avessi coinvolto le forze dell'ordine, i tempi burocratici avrebbero giocato a favore dei rapitori, mettendo a rischio la vita di Caleb.

Aprii la porta d'ingresso e mi precipitai nella notte fredda e piovosa. L'aria bagnata mi colpì il viso come una frusta, ma non sentii freddo. Corsi verso il cancello principale della tenuta, dove avevo visto parcheggiata una vecchia berlina di servizio che Thomas usava per le commissioni, con le chiavi ancora inserite nel cruscotto. Per fortuna, la mia patente era nella borsa che avevo lasciato nell'atrio prima di scendere nello studio. Rientrai di corsa a prenderla, afferrai le chiavi della macchina e mi gettai al posto di guida.

Il motore si accese con un rombo cupo che ruppe il silenzio della notte. Schiacciai il piede sull'acceleratore, facendo sgommare le ruote sul brecciolino del vialetto mentre i pesanti cancelli in ferro battuto si aprivano lentamente grazie al comando automatico. Sfrecciai nella notte buia, dirigendomi a tutta velocità verso la clinica privata situata alla periferia della città, dove Caleb avrebbe dovuto trovarsi ricoverato.

La strada era bagnata dalla pioggia battente, e i fari della berlina fendono a fatica la nebbia fitta che saliva dai campi circostanti. Il mio cuore batteva all'impazzienza, scandendo i secondi come una condanna a morte. Tieni duro, amore mio. La mamma sta arrivando, continuavo a ripetermi, mentre stringevo il volante con tanta forza da farmi male alle dita.

Dopo venti minuti di guida spericolata, superai le sbarre d'ingresso della clinica. Il parcheggio era deserto, illuminato solo da poche luci fioche che si riflettevano sull'asfalto bagnato. Spensi il motore prima ancora che l'auto si fosse completamente fermata e corsi verso l'ingresso principale. Le porte scorrevoli automatiche si aprirono con un ronzio metallico, rivelando una hall completamente vuota e immersa in un silenzio spettrale.

«C'è nessuno?!» urlai, correndo verso il banco dell'accettazione. Non c'era un'infermiera, non c'era un medico. Il terminale del computer era acceso, con una schermata lampeggiante che mostrava il trasferimento del paziente Caleb Pendelton verso una destinazione sconosciuta.