PARTE 8
Spinsi leggermente la porta con la punta delle dita, sentendo un cigolio sinistro che ruppe la quiete del corridoio. «Arthur?» chiamai a bassa voce, facendo un passo all'interno dello studio.
Nessuna risposta. L'aria all'interno era densa, pesante, impregnata del solito odore di libri antichi e tabacco costoso. Le luci della scrivania erano accese, ma la poltrona principale era vuota. Trattenni il respiro, avvertendo un senso di inquietudine improvvisa che mi stringeva lo stomaco in una morsa gelida. Percorsi la stanza a piccoli passi, guardandomi intorno con il cuore in gola.
Fu allora che lo vidi. Arthur era riverso sul pavimento, vicino alla grande libreria di mogano, con il corpo parzialmente nascosto da una pesante tenda di velluto. Il suo bastone era rotto a metà, caduto a pochi centimetri dalla sua mano irrigidita.
«Arthur!» urlai, precipitandomi verso di lui e gettandomi in ginocchio sul marmo freddo.
Gli afferrai le spalle, scuotendolo delicatamente con le mani che tremavano in modo incontrollabile. Il suo corpo era già freddo, e il suo viso, un tempo solercemente fiero e autoritario, appariva ora stranamente rilassato, quasi liberato da un peso insopportabile. Provai a tastargli il polso: non c'era battito. Il suo cuore, consumato dagli anni e dalle battaglie, aveva finalmente deciso di cedere.
Mentre ero lì, inginocchialata accanto al corpo senza vita del mio defunto marito, un rumore impercettibile catturò la mia attenzione proveniente dalla finestra semiaperta che dava sul giardino posteriore. Una folata di vento freddo fece oscillare le tende, e sul bordo del davanzale notai qualcosa che non avrebbe dovuto trovarsi lì: un piccolo accendino d'argento con le iniziali incise, lo stesso identico accendino che avevo visto centinaia di volte tra le mani di Marcus.
Un brivido di puro terrore mi percorse la schiena. La porta era stata aperta dall'interno o dall'esterno? Qualcuno era entrato nella villa quella sera, eludendo la sicurezza? E soprattutto... sapevano già che Arthur era morto?
Il tempo sembrò fermarsi. Sapevo che se avessi chiamato subito i soccorsi e la polizia, i figli di Arthur mi avrebbero accusata immediatamente di omicidio preterintenzionale o di aver accelerato la morte del vecchio per impossessarmi dell'eredità. Ero una perfetta sconosciuta, un'ex domestica sposata da meno di ventiquattro ore con un miliardario. Per la polizia e per i giornali, il mio movente era già scritto a caratteri cubitali.
Corsppi verso la scrivania, afferrai il telefono fisso per chiamare l'ospedale e avvisare dell'emergenza, ma proprio in quel momento il display si illuminò con una chiamata in arrivo. Non era un numero di emergenza. Era un messaggio anonimo, composto da poche parole scarne che fecero crollare tutte le mie certezze: «Abbiamo preso tuo figlio dall'ospedale. Se vuoi rivederlo vivo, lascia la villa entro un'ora senza un solo centesimo.»






