Sposai un milionario morente per pagare l’operazione di mio figlio — ma quella sera, nella sua villa, chiuse la porta dietro di noi e disse: «I medici hanno già ricevuto i loro soldi. Ora puoi finalmente scoprire per cosa hai davvero firmato.»
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Sposai un milionario morente per pagare l’operazione di mio figlio — ma quella sera, nella sua villa, chiuse la porta dietro di noi e disse: «I medici hanno già ricevuto i loro soldi. Ora puoi finalmente scoprire per cosa hai davvero firmato.»

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PARTE 4

Il resto della notte trascorse senza che io riuscissi a chiudere occhio. Rimasi rannicchiata su una poltrona nella mia nuova stanza al piano nobile, una suite immensa con tende di velluto bordeaux e un letto a baldacchino che profumava di lavanda e antiche cere. Ai miei piedi c'era una copia esatta del contratto che Arthur mi aveva fatto esaminare nello studio.

Le parole continuavano a danzare davanti ai miei occhi stanchi, trasformandosi in un incubo burocratico da cui non riuscivo a svegliarmi. Avevo barattato la mia quiete, la mia sicurezza e persino la mia reputazione per il bene di Caleb. Ora ero la signora Pendelton, la seconda moglie di un patriarca miliardario che tutti consideravano un vecchio eccentrico manipolato da un'arrivista senza scrupoli.

Alle prime luci dell'alba, il cielo sopra i giardini della villa si tinse di un grigio plumbeo, minacciando pioggia. Mi affacciai alla finestra per controllare il cortile sottostante. Era deserto, ma sapevo che quella calma era puramente illusoria. Era la quiete che precede il tifone.

Poco prima delle otto, sentii un rumore sordo provenire dal piano terra, seguito da voci alterate che rimbombavano lungo il corridoio di marmo. Riconobbi immediatamente il timbro acuto e tagliente di Victoria, la primogenita di Arthur, una donna che aveva fatto della chirurgia estetica e del cinismo le sue uniche ragioni di vita. Accanto a lei c'era la voce baritonale e furiosa di suo fratello minore, Marcus, un uomo d'affari fallito che viveva accumulando debiti di gioco e che aveva cercato in tutti i modi di convincere il padre a firmare procure fasulle negli ultimi due anni.

Il mio cuore perse un battito. Sapevo che non potevo nascondermi in quella stanza per sempre. Il mio accordo con Arthur prevedeva che io recitassi quella parte fino in fondo, e se volevo che l'operazione di Caleb venisse portata a termine senza intoppi amministrativi, dovevo dimostrare di non essere una preda facile. Mi passai una mano sul viso per scacciare i segni della stanchezza, sistemai la vestaglia di seta che avevo trovato nell'armadio e aprii lentamente la porta della camera.

Nel corridoio, l'aria era elettrica. I domestici si muovevano come ombre silenziose, evitando accuratamente di incrociare lo sguardo dei padroni. Victoria e Marcus stavano letteralmente urlando contro il maggiordomo anziano, un uomo distinto di nome Thomas che serviva la famiglia Pendelton da oltre trent'anni.

«Che significa che non possiamo entrare nello studio di nostro padre?» sbraitava Victoria, agitando un braccio ingioiellato con fare minaccioso. «Quella donna di strada non ha alcun diritto di decidere chi può entrare e chi no in questa casa! È solo un'arrampicatrice sociale che ha approfittato della senilità di un vecchio!»

«La signora Pendelton sta riposando, signorina Victoria», rispose Thomas con una calma disarmante, mantenendo la schiena dritta e le mani incrociate davanti alla giacca impecchibile della sua uniforme. «E gli ordini del signor Arthur sono stati tassativi: nessuno, per nessun motivo, deve disturbare la quiete del piano superiore prima delle nove.»

«La signora Pendelton un corno!» intervenne Marcus, spingendo rudemente Thomas da parte per farsi strada verso le scale. Aveva il viso paonazzo per la rabbia e i capelli arruffati, segno evidente che aveva guidato tutta la notte per precipitarsi alla villa non appena aveva ricevuto la soffiata da qualche spia interna. «Adesso vado là sopra e sistemo quella cacciatrice di dote una volta per tutte! Voglio vedere con quale faccia si è intrufolata nel letto di nostro padre!»

Feci un passo avanti, uscendo dall'ombra del pianerottolo superiore. La mia voce, sebbene non fosse alta, tagliò l'aria del corridoio come una lama affilata, zittendo di colpo le loro urla.

«Non c'è bisogno che ti scomodi a salire, Marcus», dissi, poggiando una mano sul corrimano di ferro battuto e guardandoli dall'alto in basso con tutta la freddezza che ero riuscita a raccogliere in quel momento. «Sono già qui.»