PARTE 10
Il panico mi strinse la gola in una morsa soffocante. Fissai lo schermo del computer, cercando di leggere i dettagli del trasferimento, ma i campi relativi alla clinica di destinazione erano stati cancellati o protetti da una password amministrativa che non potevo sbloccare. Mi voltai di scatto, sentendo un debole rumore di passi provenire dal corridoio che portava al reparto di cardiochirurgia infantile.
Senza esitare un secondo, corsi lungo il corridoio illuminato da luci al neon tremolanti. Le porte delle stanze erano tutte aperte e deserte, tranne una, in fondo alla corsia, da cui filtrava una luce bluastra. Mi avvicinai con il respiro sospeso, appoggiando una mano tremante contro lo stipite della porta.
La stanza era vuota. Il letto d'ospedale era disfatto, con le lenzuola bianche spiegazzate e un piccolo pigiamino blu abbandonato sul materasso. Ma sulla sedia accanto al comodino c'era un oggetto che mi fece fermare il cuore: il peluche preferito di Caleb, un piccolo orsetto di peluche a cui mancava un orecchio, con un biglietto infilato tra le zampe.
Tremante, presi il biglietto e lessi le parole scritte con una grafia frettolosa: «Se vuoi riabbracciarlo vivo, vieni alla vecchia fabbrica abbandonata lungo il molo del porto vecchio. Vieni da sola, senza polizia, o non lo rivedrai mai più.»
Il porto vecchio. Un labirinto di capannoni dismessi, magazzini arrugginiti e banchine buie battute dal vento gelido del mare. Era il posto perfetto per far sparire chiunque senza lasciare traccia. Marcus e Victoria non stavano solo giocando una partita legale; erano disposti a tutto, persino a sporcarsi le mani di sangue pur di eliminare l'ultimo ostacolo tra loro e l'immensa eredità di Arthur.
Corsppi fuori dalla clinica, rientrai in macchina e digitai le coordinate della zona portuale sul navigatore satellitare. Il display indicava almeno trentacinque minuti di strada. Ogni secondo che passava era un colpo al mio cuore di madre. Sapevo che stavo andando dritta in una trappola mortale, ma non avevo altra scelta. Non potevo vivere sapendo di aver perso mio figlio per colpa di un testamento milionario.
Mentre guidavo a folle velocità lungo la tangenziale deserta, il mio telefono cellulare, che avevo lasciato sul sedile del passeggero, iniziò a squillare con insistenza. Sobbalzai. Schiacciai il tasto vivavoce al volante e risposi con voce roca: «Pronto?!»
«Clara», tuonò una voce fredda e familiare dall'altoparlante. Era Marcus. «Vedo che hai ricevuto il mio piccolo invito. Spero che tu non abbia avvisato la polizia, altrimenti il tuo prezioso bambino potrebbe fare un brutto scivolone nell'acqua gelida del molo.»
«Marcus, brutto mostro!» urlai, con le lacrime di rabbia che finalmente rompevano gli argini, bagnandomi il viso. «Lascia stare Caleb! Lui non c'entra niente con questa storia! Prendetevi i soldi, prendetevi la villa, prendetevi tutto quello che volete, ma lasciatelo andare!»
Una risata gelida e sprezzante risuonò dall'altra parte della linea. «Cara mia, non si tratta solo di soldi adesso. Si tratta di principio. Tu hai calpestato la nostra famiglia, ti sei infilata nel letto di nostro padre e hai cercato di derubarci del nostro futuro. Ora vedremo quanto vali davvero quando ti chiederemo di firmare la rinuncia definitiva a ogni singolo centesimo dell'eredità... davanti al notaio che abbiamo fatto venire qui al porto.»






