PARTE 7
Le parole di Arthur caddero nel salone come pietre pesanti, spegnendo ogni residuo tentativo di rivolta da parte dei suoi figli. Victoria rimase a bocca aperta, con le mani tremanti lungo i fianchi, incapace di formulare una singola risposta sensata a una minaccia così diretta e definitiva. Marcus, dal canto suo, strinse i pugni fino a farsi sbiancare le nocche, lanciandomi un'occhiata colma di un odio così profondo e viscerale che mi fece rabbrividire da capo a piedi. Capii in quel preciso istante che non si sarebbero arresi facilmente. Quello era stato solo il primo round di una guerra spietata, e io mi trovavo proprio al centro del campo di battaglia.
«Adesso, andate via da casa mia», ordinò Arthur con un filo di voce, voltandosi lentamente per rientrare nel suo studio, sorretto da Thomas.
Senza aggiungere altro, i due fratelli indietreggiarono lungo la scala, scambiandosi sguardi carichi di promesse oscure. Prima di uscire dalla porta principale, Marcus si voltò un'ultima volta verso di me, mi puntò contro l'indice con un ghigno mefitico e sussurrò qualcosa che non riuscii a udire chiaramente, ma il cui significato era fin troppo chiaro: non era finita lì. La porta si chiuse sbattendole contro i battenti con un tonfo sordo, lasciando un silenzio spettrale nella hall.
Ero rimasta sola, o quasi. I domestici si dispersero rapidamente nelle loro mansioni, lasciandomi immobile sul pavimento di marmo. Ero frastornata, con la mente in pieno subbuglio. Avevo ottenuto la certezza che l'operazione di Caleb si sarebbe svolta l'indomani mattina, ma sapevo anche di aver ereditato un bersaglio enorme sulla schiena. I figli di Arthur non si sarebbero mai fermati davanti a nulla pur di riprendersi ciò che consideravano loro di diritto, e io ero diventata il loro obiettivo principale.
Nel pomeriggio, cercai di distrarre la mia mente salendo al piano superiore per stare con Caleb. Il bambino era seduto sul letto della sua stanza luminosa, intento a colorare un libro di fumetti che gli avevo comprato la settimana prima. Quando mi vide entrare, il suo visino si illuminò di un sorriso radioso che cancellò, anche se solo per un istante, tutte le mie ansie.
«Mamma! Quando andiamo a fare quella gita di cui parlavi?» mi chiese lui, stringendo tra le dita un pennarello blu. «La signora gentile mi ha detto che domani mattina devo fare una piccola visita speciale dai dottori, ma che poi guarirò del tutto e potrò correre nel parco quanto voglio!»
Gli accarezzai i capelli scuri, trattenendo a stento le lacrime che minacciavano di scendere. «Sì, amore mio», gli dissi con voce tremante ma dolce, stringendogli la piccola mano paffuta. «Domani i dottori ti faranno un piccolo intervento, e poi torneremo a casa insieme, per sempre.»
Non osai dirgli la verità. Non sapevo cosa sarebbe successo nella villa mentre lui fosse stato in ospedale sotto i ferri. Sapevo soltanto che dovevo essere forte, molto più forte di quanto fossi mai stata in tutta la mia vita.
La sera calò rapidamente sulla tenuta, portando con sé un freddo insolito per quella stagione. Dopo aver messo a letto Caleb e essersi assicurata che dormisse profondamente, decisi di fare un salto nello studio di Arthur per verificare le ultime disposizioni riguardo al ricovero della mattina successiva. Ma quando arrivai davanti al grande uscio di legno, notai qualcosa di insolito: la porta era socchiusa, e una debole luce giallastra filtrava dall'interno, accompagnata da un silenzio innaturale.






