L'Ombra del Passato
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L'Ombra del Passato

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La villa dell'avvocato Bernardo Fontana a Mondello sorgeva al termine di un viale alberato, nascosta dietro alte mura di cinta sormontate da piante rampicanti e telecamere di sorveglianza. Era una dimora lussuosa, in stile liberty, con vista sul mare in tempesta che sbatteva con violenza contro la scogliera poco distante.

Erano le venti e quarantacinque quando l'auto guidata da Salvatore varcò il cancello automatico in ghisa, che si richiuse alle nostre spalle con un rumore metallico sinistro. L'oscurità del giardino era interrotta soltanto dalle luci soffuse che illuminavano il patio d'ingresso.

Uscimmo dalla vettura. Tenevo la borsa di pelle stretta contro il petto. Dentro vi era la chiave 408 e il quaderno nero, ma non la cassetta con la confessione di Giuseppe: quella l'avevamo nascosta nel baule dell'auto come ultima carta da giocare. Vitale si era introdotto nel perimetro della villa mezz'ora prima, scavalcando il muro di cinta dal lato del mare dove le telecamere avevano un punto cieco.

La porta principale della villa si aprì ancor prima che potessimo suonare. Un uomo alto, in abito scuro e con una spilla d'oro sul bavero della giacca, ci accolse con un sorriso formale e privo di calore. Era l'avvocato Bernardo Fontana. Sembrava del tutto rilassato, come se stesse ricevendo vecchi amici per un aperitivo serale.

"Carmela... Salvatore... benvenuti," disse Fontana con voce melodiosa, facendo un cenno verso il salone principale. "Entrate, vi prego. La pioggia fuori è davvero implacabile stasera."

Entrammo. Il salone era imponente, arredato con mobili d'antiquariato, tappeti persiani e grandi dipinti ad olio. In un angolo della stanza, seduto su una sedia di pelle con i braccioli, c'era un uomo anziano in sedia a rotelle che riconobbi subito dalle foto sui giornali: l'ex senatore Russo, uno dei nomi più potenti della politica regionale siciliana, citato più volte nei registri di Giuseppe.

"Non perdiamo tempo, avvocato," disse Salvatore, facendosi avanti con fare minaccioso. "Dov'è mia sorella? Dov'è Elena?"

Fontana si avvicinò ad un carrello alcolici e si versò tre dita di cognac in un bicchiere di cristallo. "Sorella... che parola impegnativa, Salvatore. Fino a un mese fa non sapevi nemmeno della sua esistenza, e ora ti comporti come il suo cavaliere servente. Tuo padre Giuseppe vi ha nascosto la verità per trent'anni per proteggere questa meravigliosa favola della famiglia perfetta. E voi ora venite a fare gli eroi?"

"Tu hai usato mio marito!" gridai, non riuscendo più a trattenere la rabbia. "Lo hai spinto nel fango del riciclaggio, lo hai usato per coprire i crimini di questo senatore corrotto e poi hai tentato di rubare la vita di sua figlia!"

Fontana scosse la testa con finta compassione. "Cara Carmela... tuo marito non è stato spinto da nessuno. Giuseppe era un uomo avidissimo. Voleva i contratti, voleva i soldi, voleva la bella vita. E quando ha capito che le indagini della magistratura si stavano avvicinando, ha pensato bene di creare quel quaderno di ricatti per garantire a se stesso un'uscita di scena sicura. Pensava di essere più furbo di tutti noi."

"Dove... è... Elena?" ripeté Salvatore, scandendo ogni parola.

Fontana fece un gesto con la mano verso una porta scorrevole sul fondo del salone. La porta si aprì. Uno dei suoi uomini di scorta fece avanzare Elena. La ragazza era ammanettata, con il viso segnato da lividi e gli abiti sporchi, ma nei suoi occhi chiari c'era una luce di pura fierezza. Quando incrociò il mio sguardo, un brivido mi attraversò il corpo: era la copia spiccata di Giuseppe quando lo conobbi a vent'anni.

"Mamma! Salvatore!" gridò Elena, tentando di svincolarsi dalla presa della guardia. "Non dategli niente! Non gli importa di me, vi ammazzerà non appena avrà i documenti!"

"Zitta, ragazza!" sibilò la guardia, strattonandola con forza.

"Lasciala stare!" urlò Salvatore, muovendo un passo furioso verso di loro, ma l'uomo di scorta estrasse una pistola puntandola direttamente al petto di mio figlio.

"Rimani al tuo posto, ragazzo," disse Fontana con tono freddo. "Ora, Carmela... metta la borsa sul tavolo. Il quaderno e la chiave 408."

Posai faticosamente la borsa sul grande tavolo di noce al centro del salone. Fontana si avvicinò con passo lento, assaporando il momento della sua vittoria. Fece scorrere la cerniera ed estrasse il quaderno di pelle nera e la chiave d'ottone.

Sfogliò i fogli ingialliti, e un sorriso soddisfatto si dipinse sul suo volto. "Finalmente... dopo sei anni di ricerche. Il lavoro di una vita."

"Ora libera Elena," pretai.

Fontana alzò lo sguardo verso di me, ed era lo sguardo di un rettile privo di qualsiasi umanità. "Liberarla? Signora Carmela, lei è davvero un'ingenua. Pensava davvero che vi avrei lasciati uscire da questa casa con la conoscenza di tutto questo? Voi, la ragazza e persino quel relitto di sua madre Agata dovrete sparire. Un triste incidente d'auto sulla via del ritorno..."

Ma prima che Fontana potesse finire la frase, il grande lampadario di cristallo al centro del salone si spense all'improvviso, immergendo la stanza in un'oscurità totale.

Un urlo di donna risuonò nel buio, seguito dal rumore sordo di un corpo che crollava a terra e dal lampo accecante di due colpi di pistola che squarciarono il silenzio.