Le parole della donna risuonarono nell'aria umida del pomeriggio come un rintocco a morto. La pioggia sottile continuava a cadere, bagnandomi i capelli e lo scialle, ma io rimasi pietrificata, incapace di muovere anche un solo muscolo. Guardai mio figlio Salvatore. Il suo viso, solitamente fiero e composto, era una maschera di terrore e vergogna. Aveva le labbra socchiuse, le mani tremanti strette lungo i fianchi, gli occhi spalancati fissi sui miei. Non parlava. Sembrava che l'aria gli fosse venuta improvvisamente a mancare.
"Mamma... ti prego..." mormorò infine Salvatore, muovendo un passo verso di me, la voce ridotta a un filo roco e disperato. "Non dovevi venire qui. Ti prego, vieni via, ti spiego tutto io in macchina. Ti giuro che posso spiegarti ogni cosa."
"No, Salvatore," lo interruppi con una fermezza che non sapevo nemmeno di possedere. La mia voce era fredda, sferzante come la brezza che saliva dal mare di Palermo. "Non te ne andrai da qui, e nemmeno io. Sono quattro anni che mi menti. Quattro anni che prendi i miei soldi per alimentare questa messinscena. Adesso mi dici chi è questa donna e perché conosce il mio nome. E soprattutto, perché parla di Giuseppe."
La donna sulla sedia a rotelle fece avanzare leggermente la sedia verso la soglia della porta. Aveva un volto scavato dalle rughe e dal dolore, ma nei suoi occhi chiari c'era una dignità antica, una malinconia profonda che mi fece stringere lo stomaco. La bambina si era nascosta dietro le sue gambe, sbirciando verso di me con una curiosità timida. Quei due occhi scuri, mandorlati, identici a quelli di mio marito quando era giovane, mi fecero trasalire. Era come guardare un fantasma.
"Entra, Carmela," disse la donna con tono sommesso ma fermo. "Non rimanere sotto la pioggia. Se c'è una persona in questa storia che merita rispetto e verità, quella sei tu. Mi chiamo Agata. E quello che ho da dirti distruggerà tutto quello che credevi di sapere sulla tua vita e su tuo marito."
Salvatore tentò di mettersi in mezzo, allargando le braccia come per fare da scudo. "Agata, no! Non adesso, non così! Mia madre non sta bene, il suo cuore..."
"Il mio cuore sta benissimo, Salvatore!" gridai, perdendo per un attimo il controllo. Le lacrime cominciarono a scendere calde sulle mie guance fredde, mescolandosi con la pioggia. "L'unica cosa che sta uccidendo il mio cuore è la tua vigliaccheria! Ti ho cresciuto con i valori dell'onestà, ti ho dato tutto ciò che avevo, mi sono fidata di te al punto da consegnarti la mia vita finanziaria e morale. E tu mi ripaghi rubandomi i soldi alle spalle per mantenere un segreto? Chi è questa gente?"
"Entriamo," disse Agata, senza alzare la voce. " Salvatore, lascia passare tua madre."
Mio figlio abbassò la testa, sopraffatto dal peso del senso di colpa, e si spostò di lato. Camminai verso la porta con le gambe pesanti come il piombo. Ogni passo verso l'interno di quella palazzina sembrava un viaggio verso l'ignoto, un abisso di verità scomode che stavano per travolgere sessantaquattro anni di certezze. L'interno dell'appartamento era modesto, profumava di lavanda, medicinali e carta vecchia. Sulle pareti non c'erano quadri di valore, ma solo fotografie in bianco e nero e alcune cornici di legno economico.
Mi sedetti su una sedia di paglia vicino al tavolo della cucina, rifiutando l'offerta di Salvatore di prendermi un bicchiere d'acqua. Volevo risposte, subito. Agata fece cenno alla bambina di andare nella stanza accanto. La piccola ubbidì senza protestare, reggendo il piccolo pacco regalo che Salvatore le aveva portato. Restammo solo noi tre: io, mio figlio e quella sconosciuta che pretendeva di conoscere i segreti di mio marito.
"Venticinque anni fa," cominciò a raccontare Agata, intrecciando le dita rugose sopra le ginocchia, "tuo marito Giuseppe non era soltanto l'uomo d'affari irreprensibile che tutti conoscevano a Palermo. Era un uomo tormentato, Carmela. Un uomo che portava un peso immenso sulla coscienza. Mia figlia, Lucia, lavorava come segretaria nella sua ditta di forniture edili. Era una ragazza giovane, ingenua, bisognosa di lavorare per mandare avanti la nostra famiglia dopo la morte di mio marito."
Sentii un brivido gelido scendere lungo la schiena. Giuseppe non mi aveva mai parlato di una segretaria di nome Lucia. Per me la sua ditta era sempre stata un luogo trasparente, un'attività di famiglia dove tutto era pulito e lineare.
"Lucia e Giuseppe..." continuò Agata, facendo una pausa dolente, "ebbero una relazione. Un errore, un momento di debolezza, chiamalo come vuoi. Ma da quella relazione nacque una bambina. Mia figlia diede alla luce una bambina che venne chiamata Elena. Giuseppe, quando lo scoprì, fu preso dal panico. Voleva salvare la sua reputazione, la sua famiglia, il suo matrimonio con te. Non voleva che tu sapessi nulla, perché sapeva che non lo avresti mai perdonato."
Il mondo intorno a me cominciò a girare. Giuseppe... un'altra donna? Un'altra figlia? Il mio Giuseppe, l'uomo che mi aveva giurato amore eterno davanti a Dio, l'uomo con cui avevo condiviso quarant'anni di matrimonio, le gioie, le sofferenze, la perdita di un bimbo prima dell'arrivo di Salvatore? L'uomo che ricordavo come un pilastro di moralità e devozione?
"Non è possibile..." mormorai, scuotendo la testa. "Sta mentendo. Giuseppe non avrebbe mai... Lui mi amava!"
"Ti amava, Carmela," disse Agata, e nei suoi occhi non c'era cattiveria, solo una profonda, devastante pietà. "Ti amava così tanto che la paura di perderti lo consumò. Ma non abbandonò del tutto mia figlia e la bambina. Accettò di mantenerle in segreto. Pagava un assegno mensile, provvedeva alla casa, all'istruzione di Elena. Ma impose una condizione spietata: nessuno doveva mai sapere la verità. Nemmeno Salvatore. Voleva che la sua famiglia ufficiale rimanesse incontaminata."
Guardai Salvatore. Aveva gli occhi fissi sul pavimento, le lacrime che gli bagnavano le guance. "Tu... tu lo sapevi?" gli chiesi, con la voce che mi tremava per la rabbia e l'incredulità. "Tu sapevi di questa storia?"
Salvatore alzò finalmente lo sguardo, distrutto. "Non lo sapevo fino a sei anni fa, mamma! Te lo giuro su quello che ho di più caro! Non ne ho mai saputo nulla finché papà non è entrato in ospedale, pochi giorni prima di morire. Quando i medici ci dissero che non gli restava molto tempo, papà mi chiamò da solo nella stanza. Era disperato, piangeva come un bambino. Mi confessò tutto. Mi disse che in un'altra parte della città c'era una ragazza, Elena, sua figlia... mia sorella. E mi disse che non poteva morire lasciandole senza niente."
Un silenzio pesante come un macigno calò nella stanza. Il ticchettio dell'orologio a parete sembrava il battito accellerato di un timer pronto a esplodere.
"Tuo padre mi fece giurare sul suo letto di morte," continuò Salvatore, con la voce spezzata dai singhiozzi. "Mi fece promettere che mi sarei preso cura di Elena e di sua madre. Mi disse che c'era un conto separato, ma quando papà è morto, quel conto è stato bloccato per la successione. Io non sapevo come fare. Non volevo distruggere la tua memoria di lui, mamma. Non volevo darti questo dolore dopo che avevi già sofferto così tanto per la sua morte. Così ho deciso di prendermi io la responsabilità. Ma le cose sono precipitate..."
"Precipitate come?" chiesi, aggrappandomi al bordo del tavolo per non cadere.
"Lucia, la madre della bambina... è morta quattro anni fa per un male incurabile," spiegò Agata con voce rotta. "La bambina che hai visto prima, la piccola Sofia... è la figlia di Elena. E la mia povera Elena..." Agata si bloccò, portandosi una mano alla bocca per soffocare un singhiozzo.
Salvatore fece un passo avanti e completò la frase per lei, guardandomi con un terrore puro negli occhi: "Elena è scomparsa due mesi fa, mamma. È svanita nel nulla dopo aver scoperto un documento segreto che papà le aveva lasciato prima di morire. E io ho paura... ho paura che le sia successo qualcosa di terribile a causa di quel documento."
In quel preciso istante, un forte colpo risuonò contro la porta d'ingresso dell'appartamento, facendo trasalire tutti noi. Qualcuno fuori stava cercando di sfondare la porta.






