La pioggia gelida ci inzuppò fino alle ossa mentre correvamo tra gli alberi di ulivo, inciampando sulle radici affioranti e scivolando sul fango accumulato. Salvatore mi teneva stretta per il braccio, aiutandomi a non cadere, mentre il suo volto era una maschera di sangue e terrore per la ferita al naso. I rumori della sparatoria all'interno della casa svanirono lentamente dietro di noi, inghiottiti dal sibilo del vento di montagna.
Raggiungemmo la trazzera dove avevamo nascosto l'auto. Salvatore sbloccò la chiusura centralizzata con le mani tremanti. Salimmo a bordo, chiudendo le portiere a chiave e rimanendo per qualche secondo nell'oscurità, col fiato corto e i cuori che martellavano come tamburi da guerra.
"Stai bene, Salvatore?" chiesi, tirando fuori un fazzoletto dalla borsa per tamponargli il sangue che gli colava sul labbro.
"Sto bene... sto bene..." mormorò mio figlio, scosso da brividi incontrollabili. "Mamma, chi erano quelli? Chi erano gli uomini con il passamontagna? Non erano poliziotti!"
"Non lo so," risposi, guardando fuori dal finestrino per assicurarmi che nessuno ci stesse inseguendo. "Ma una cosa è chiara: Vitale non è l'unico a volere quei documenti. C'è un'altra fazione in questa storia. Tuo padre non giocava solo su due tavoli, Salvatore. Aveva creato una rete di ricatti che coinvolge gente diversa."
Salvatore mise in moto il motore, riaccese i fari e guidò a velocità moderata lungo la trazzera di campagna, ricongiungendosi alla strada statale per Palermo solo dopo essersi assicurato che non vi fossero auto in perlustrazione.
Durante il tragitto di ritorno verso la città, il silenzio nella macchina era denso e soffocante. Io tenevo la borsa stretta sul grembo, come se fosse un ordigno pronto ad esplodere. Aprii la cerniera ed estrassi la chiave d'ottone con il numero 408 e il quaderno di pelle nera.
"Guardala," dissi a Salvatore, mostrandogli la chiave sotto la luce fioca del cruscotto. "Hai idea di cosa possa aprire? Una cassetta di sicurezza? Un armadietto?"
Salvatore le diede un'occhiata rapida prima di rimettere gli occhi sulla strada. "Il numero tre cifre... potrebbe essere una cassetta di sicurezza in banca. Ma papà non aveva conti oltre a quello principale e a quello di Corleone. Oppure... potrebbe essere un deposito bagagli. O un armadietto alla stazione centrale di Palermo."
"La stazione..." riflettei a voce alta. "Giuseppe prendeva spesso il treno per andare a Roma quando diceva di dover trattare con i ministeri per i finanziamenti pubblici. Mi diceva sempre che la macchina si stancava troppo nei lunghi viaggi."
Aprii il quaderno di pelle nera. Le pagine erano ingiallite dal tempo, scritte con la calligrafia ordinata e priva di sbavature che avevo conosciuto per quarant'anni. C'erano date, cifre enormi, nomi di società fantasma e sigle di personaggi politici regionali. Ma a pagina venti, una pagina era stata evidenziata con una matita rossa.
Sulla cima della pagina c'era scritto un nome e un cognome: Avvocato Bernardo Fontana.
"Bernardo Fontana..." mormorai, leggendo il testo sottostante. "Salvatore, ti ricordi dell'avvocato Fontana? Quello che curò la successione di tuo padre sei anni fa?"
"Certo che me lo ricordo," disse Salvatore, accigliandosi. "È uno dei legali più affermati di Palermo. È stato lui a dirmi che il conto secondario di papà era bloccato e che non conveniva fare troppe indagini per evitare controlli fiscali. Mi disse di lasciare perdere..." Salvatore si bloccò, spalancando gli occhi per la sopraggiunta consapevolezza. "Mamma... Fontana sapeva!"
"Fontana non solo sapeva," aggiunsi, leggendo le note scritte da mio marito, "ma era il garante del sistema di ricatto di tuo padre! Giuseppe gli versava una percentuale su ogni transazione per tenere al sicuro i documenti e gestire i pagamenti riservati. Leggi qui: 'In caso di mia morte o scomparsa impropria, le credenziali della cassetta 408 e il nastro audio dovranno essere consegnati a Bernardo Fontana, il quale sbloccò i fondi per il sostentamento di Elena e Agata.'"
"Quel maledetto..." ringhiò Salvatore, stringendo il volante. "Fontana mi ha preso in giro per sei anni! Mi ha visto soffrire, mi ha visto disperato per i soldi, e mi ha lasciato usare il tuo conto per pagare le spese mentre lui gestiva il patrimonio nascosto di papà!"
"Non è tutto," continuai, voltando la pagina. "Guarda la data dell'ultima annotazione. È di quattro mesi fa."
Salvatore sobbalzò. "Come quattro mesi fa? Papà è morto sei anni fa!"
"Esatto," dissi, colpita da un gelido presentimento. "Qualcuno ha continuato a scrivere su questo quaderno anche dopo la morte di Giuseppe. Qualcuno con una scrittura quasi identica a quella di tuo padre."
Arrivammo a Palermo che erano le tre del mattino. La città era avvolta da una nebbia fitta e da una calma spettrale. Invece di tornare a casa mia o a casa di Salvatore, decidemmo di andare in un piccolo motel economico vicino al porto, registrandoci con nomi di fantasia per evitare di essere rintracciati dai menestrelli di Vitale o da chiunque ci stesse dando la caccia.
Entrati nella camera spoglia del motel, mettemmo il quaderno, la chiave e la cassetta sul tavolino di finto legno.
"Domattina andiamo alla stazione centrale," disse Salvatore, lavandosi il viso insanguinato nel lavandino del bagno. "Troviamo l'armadietto 408 e vediamo cosa c'è dentro. Se c'è la seconda parte dei documenti o i soldi, possiamo usarli come merce di scambio per farci restituire Elena."
"E l'avvocato Fontana?" chiesi.
"Da Fontana ci vado io," disse Salvatore con sguardo truce. "Gli farò sputare ogni singola verità."
"No, Salvatore," lo fermai, mettendogli una mano sulla spalla. "Da Fontana ci andiamo insieme. Ma prima dobbiamo ascoltare questa."
Tirai fuori dalla borsa la piccola audiocassetta trovata nell'orologio a pendolo. Sul nastro c'era un'etichetta adesiva scolorita con una sola parola scritta a mano: CONFESSIONE.
In quel momento, il telefono cellulare di Salvatore riposto sul comodino cominciò a vibrare con forza. Sul display comparve un numero sconosciuto. Salvatore guardò me, poi lo schermo, e fece scorrere la risposta impostando il viva voce.
Dall'altoparlante non uscì la voce di Vitale, né quella di un uomo. Risuonò la voce debole, spezzata dal pianto e visibilmente terrorizzata di una ragazza.
"Salvatore... ti prego, aiutami..." disse Elena. "Non venire alla stazione... è una trappola di..."
La comunicazione si interruppe bruscamente con un rumore di interferenza, lasciando solo la linea caduta.






