L'Ombra del Passato
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L'Ombra del Passato

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L'auto sfrecciava nella notte palermitana mentre la pioggia cominciava finalmente a diminuire di intensità, lasciando il posto a una nebbia fitta che saliva dal mare. Sul sedile posteriore, Elena si stringeva nelle spalle, scossa da brividi incontrollabili. Le sue mani, ancora arrossate per via dei lacci con cui era stata legata, tenevano stretto il quaderno di pelle nera che mio marito Giuseppe aveva scritto con tanto veleno.

"Stai bene, Elena?" le chiesi dal sedile del passeggero, voltandomi verso di lei.

La ragazza alzò lo sguardo. I suoi occhi scuri, così simili a quelli di Giuseppe, si riempirono di lacrime. "Carmela... io ti chiedo scusa. Non volevo portare tutto questo dolore nella tua vita. Volevo solo sapere chi fosse mio padre... volevo capire perché ci avesse abbandonate."

Sospirai profondamente, sentendo un peso enorme staccarsi dal mio petto. Per anni avevo odiato l'idea che Giuseppe potesse avermi tradita, ma guardando quella ragazza spaventata e innocente, capii che lei non aveva alcuna colpa. Era solo una vittima dei segreti e dell'avidità degli uomini.

"Non devi chiedermi scusa, Elena," dissi con voce dolce, allungando una mano per stringere la sua. "La colpa è solo di tuo padre e di chi si è approfittato di lui. Ora siamo insieme in questa storia, e la porteremo a termine."

Salvatore ci guardò dallo specchietto retrovisore, con un debole sorriso che le segnava il volto stanco. "Dove andiamo adesso, mamma? La polizia starà perquisendo la villa di Fontana. Presto cercheranno anche noi."

"Al cimitero dei Cappuccini," risposi con decisione. "È lì che dobbiamo andare prima che si faccia giorno. Giuseppe disse nel nastro che la chiave per aprire la vera cassetta di sicurezza con il fondo di emergenza si trova dietro la lapide di suo padre."

"Il cimitero è chiuso a quest'ora," osservò Salvatore. "I cancelli sono sbarrati fino alle otto del mattino."

"Conosco il custode da vent'anni," dissi. "Don Gaspare è un vecchio amico di tuo padre. Gli dirò che ho avuto un malore e che dovevo portare dei fiori sulla tomba prima di partire per l'ospedale. Ci lascerà entrare dal retro."

Raggiungemmo il complesso del Cimitero dei Cappuccini verso le cinque del mattino. L'imponente struttura antica si stagliava nell'oscurità come una fortezza di silenzio e pietra. Parcheggiammo l'auto in una traversa buia, lontano dagli ingressi principali.

Ci avvicinammo al piccolo portone di legno del custode. Bussai tre volte con fermezza. Dopo qualche minuto, la porta si aprì di pochi centimetri, rivelando il volto rugoso e assonnato di Don Gaspare, vestito con un vecchio cappotto sopra il pigiama.

"Signora Carmela?" mormorò Don Gaspare, strofinandosi gli occhi. "Ma cosa ci fa qui a quest'ora della notte? È successo qualcosa?"

"Don Gaspare, ti prego," dissi con tono implorante, recitando la parte che mi ero preparata durante il viaggio. "Ho avuto un brutto attacco di cuore ieri sera. I medici dicono che devo operarmi d'urgenza a Roma stamattina presto. Non potevo partire senza salutare Giuseppe e suo padre... lasciami entrare cinque minuti dal retro."

Il vecchio custode guardò me, poi guardò i due ragazzi dietro di me con un'espressione tra la pietà e il sospetto. Sospirò profondamente, estrasse un mazzo di grosse chiavi di ferro dalla tasca del cappotto e sbloccò il cancello laterale.

"Avete dieci minuti, Carmela. Se lo viene a sapere il direttore, mi licenzia su due piedi."

"Grazie, Gaspare. Dio ti benedica."

Entrammo nel cimitero. Il silenzio era assoluto, rotto solo dal gocciolio dell'acqua dalle grondaie dei cappelloni di marmo e dal rumore dei nostri passi sul ghiaino dei viali. Camminammo in fila indiana fino a raggiungere la cappella di famiglia dei Conti.

La cappella era una piccola struttura in pietra con un'inferriata di ferro battuto. Salvatore usò la chiave della cappella che tenevo sempre nel mio portafoglio per aprire il cancelletto. Entrammo dentro. L'aria era fredda e sapeva di incenso e cera spenta.

Sulla parete di fondo c'erano le lapidi di marmo bianco dei nonni di Salvatore. La lapide del padre di Giuseppe, nonno Salvatore, recava l'incisione: Salvatore Conti - 1912 - 1988.

Salvatore tirò fuori dalla tasca un cacciavite che aveva preso nel bagagliaio dell'auto. Si avvicinò alla lapide e cominciò a svitare con molta cautela le quattro borchie di bronzo che fissavano la lastra di marmo al muro.

I miei occhi corsero continuamente verso l'ingresso della cappella, temendo che qualcuno potesse averci seguiti anche fin lì. Il cuore mi batteva con la violenza di un tamburo.

Dopo qualche minuto di sforzo, le borchie cedettero. Salvatore rimosse con cura la lastra di marmo, rivelando una piccola cavità scavata nella muratura di mattoni sottostante.

Salvatore illuminò il punto con la torcia del telefono. Dentro la cavità, coperto da uno strato di polvere fitta, c'era un piccolo cofanetto di metallo grigio.

Allungai la mano e lo tirai fuori. Non era chiuso a chiave. Aprii il coperchio.

Dentro il cofanetto c'erano due cose: un libretto di risparmio bancario svizzero intestato a un codice numerico, un mazzo di chiavi dorate con il logo della Banca Popolare di Palermo, e un foglio di carta piegato con una data recente.

Spiegai il foglio. Era una lettera scritta a mano da mio marito poche settimane prima di morire. Ma quello che c'era scritto sopra non era un messaggio di scuse o una spiegazione. Era un avvertimento agghiacciante che ci fece gelare il sangue nelle vene.

"Se stai leggendo questa lettera, Carmela," diceva il testo, "significa che sei arrivata fin qui. Ma devo dirti la verità più terribile di tutte: il vero mandante di tutto questo non è Vitale, né Fontana. Il vero capo della rete è la persona che ti è stata più vicina in tutti questi anni..."

Prima che potessi finire di leggere la riga successiva, un'ombra alta apparve sulla soglia della cappella di famiglia, bloccando l'unica via d'uscita.