Mi voltai lentamente, cercando di mantenere il controllo nonostante il sangue mi fosse diventato ghiaccio nelle vene. Dietro di noi, incorniciato dalla porta dello scrittoio, c'era un uomo sulla cinquantina. Indossava un cappotto impermeabile scuro, bagnato dalla pioggia, ed impugnava una pistola semiautomatica puntata ad altezza d'uomo. Aveva i capelli grigi tagliati corti, una profonda cicatrice che gli tagliava la guancia sinistra e due occhi freddi, privi di qualsiasi emozione.
Salvatore si mise subito davanti a me, alzando le mani tremanti. "La prego... prenda quello che vuole, ma non faccia del male a mia madre! Non c'entriamo nulla con questa storia!"
L'uomo accennò un sorriso amaro e privo di calore. "Non c'entrate nulla? Tuo padre, Giuseppe, ha mangiato al nostro stesso piatto per vent'anni, ragazzo. Si è arricchito costruendo palazzi con il cemento depotenziato che gli fornivamo noi, ha preso gli appalti pubblici grazie ai nostri agganci politici, e poi, quando ha capito che l'aria si stava facendo pesante, ha pensato bene di mettersi al sicuro creando questo bel dossier per ricattarci tutti."
Guardai l'uomo negli occhi. C'era qualcosa nel suo modo di parlare, in quella sicurezza arrogante, che mi fece tornare in mente un nome che Giuseppe pronunciava a bassa voce al telefono venticinque anni fa, quando pensava che io stessi dormendo.
"Tu sei ingegner Vitale..." mormorai, azzardando la carta della disperazione. "Michele Vitale. L'ex socio di mio marito."
L'uomo alzò un sopracciglio, sorpreso. "Vedi un po'... la vedova si ricorda di me. Giuseppe non ti diceva mai niente, ma a quanto pare avevi orecchie per sentire. Sì, signora Carmela. Sono Michele Vitale. O quello che resta di me dopo che tuo marito mi ha incastrato dodici anni fa per salvarne la propria pelle, facendomi fare cinque anni di carcere per frode negli appalti!"
"Mio marito è morto sei anni fa!" esclamai. "Cosa volete ancora da noi? Perché avete preso la ragazza? Elena non sa nulla di tutto questo!"
"La ragazza ha commesso l'errore di infilare il naso dove non doveva," disse Vitale con voce gelida. "È venuta a cercare i soldi che pensava le spettassero. Voleva usare quei registri per spillare denaro alla mia società. Non sapeva che quella documentazione non è merce da baratto, è una condanna a morte per metà della classe politica ed imprenditoriale di questa città."
Vitale fece un passo avanti, alzando leggermente la pistola verso di me. "Ora, signora Carmela, prenda quel quaderno e quella chiave dalla nicchia e me li consegni. E forse stasera tornerete a casa con le vostre gambe."
Guardai il quaderno di pelle nera all'interno dell'orologio a pendolo, poi guardai Salvatore. Mio figlio mi fissava con un'espressione supplicante: mi stava chiedendo con gli occhi di obbedire, di darli via, di salvare le nostre vite. Ma io sapevo che se avessi consegnato a quel delinquente l'unica prova del ricatto, non avremmo mai più rivisto Elena viva. E chi ci garantiva che Vitale non ci avrebbe eliminati subito dopo per non lasciare testimoni?
"E la ragazza?" chiesi, rimanendo ferma senza allungare la mano. "Dov'è Elena? Voglio la prova che è viva prima di darti qualsiasi cosa."
Vitale perse la pazienza. Il suo volto si contrasse in una smorfia di rabbia. "Non sei nella posizione di fare richieste, vecchia! Dammi quel quaderno!"
Avanzò di due passi verso di me. Ma fu in quel preciso momento che accadde l'inaspettato.
Dalla finestra aperta del salotto risuonò un rumore improvviso di rami spezzati e un bagliore intenso illuminò l'esterno della palazzina. I fari di un secondo veicolo illuminarono a giorno la stanza attraverso i vetri spaccati. Il suono sordo di una sirena spazzò la quiete della campagna.
Vitale si distrasse per una frazione di secondo, voltando la testa verso la finestra per capire cosa stesse succedendo.
Salvatore non esitò. Con un gesto disperato e dettato dall'adrenalina, si scagliò contro l'uomo, afferrandogli il braccio che impugnava la pistola. I due rovinarono a terra, ingaggiando una colluttazione furibonda sul pavimento coperto di detriti. Un colpo di pistola esplose nel buio, trafiggendo il soffitto di gesso e facendo cadere una pioggia di calcinacci.
"Mamma, prendi la roba e scappa!" urlando Salvatore, mentre cercava di tenere bloccato il polso di Vitale.
Non ci pensai due volte. L'istinto di sopravvivenza e la rabbia presero il sopravvento. Allungai la mano nella nicchia del pendolo, afferrai il quaderno di pelle, la cassetta e la chiave d'ottone con il numero 408 e li infilai d'impeto nella mia borsa di pelle.
Vitale riuscì a sferrare un pugno violento al volto di Salvatore, facendolo cadere all'indietro con il naso sanguinante. Si rialzò rapidamente, puntandomi di nuovo l'arma contro, il viso stravolto dalla furia.
"Dammi quella borsa o ti ammazzo qui!" ruggì.
In quel momento, la porta della cucina venne sfondata con un calcio. Ma non era la polizia. Erano due uomini alti, vestiti con tute scure e passamontagna, armati di bastoni di metallo. Non guardarono nemmeno me o Salvatore: si scagliarono direttamente contro Vitale, ingaggiando uno scontro a fuoco brutale e improvviso nel corridoio della casa.
Risuonarono altri due spari. Il fumo acido della polvere da sparo riempì l'aria, rendendo impossibile respirare.
Salvatore, barcollando e stringendosi il viso insanguinato, mi afferrò per la mano. "Vieni, mamma! Ora!"
Ci lanciammo fuori dalla porta sul retro della casa, crollando nella pioggia e nel fango dell'uliveto, mentre dentro l'abitazione continuavano le urla e i rumori della sparatoria. Corremmo a perdifiato nell'oscurità delle campagne di Corleone, senza guardarci indietro, mentre la chiave numero 408 nella mia borsa continuava a rimbalzare contro il quaderno nero di mio marito.
Chi erano quei due uomini incappucciati? E perché stavano attaccando il socio di Giuseppe?






