L'Ombra del Passato
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L'Ombra del Passato

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La pioggia battente picchiava sul parabrezza come una scarica di spilli. Salvatore manteneva le mani strette sul volante, le nocche bianche per la pressione, mentre gli occhi schizzavano continuamente verso lo specchietto retrovisore. Dietro di noi, a una distanza costante di una cinquantina di metri, i due fari gialli dell'auto scura continuavano a seguirci lungo la statale che da Palermo si arrampica verso l'interno dell'isola, tra le colline buie e sferzate dal vento.

"Ci stanno seguendo, mamma," disse Salvatore, la voce incrinata dal panico. "Te l'avevo detto che era una follia! Dobbiamo tornare indietro, andiamo dai carabinieri!"

"Se andiamo dai carabinieri senza sapere cosa c'è davvero in questa storia, rischiamo di far uccidere Elena," risposi senza distogliere lo sguardo dalla strada buia davanti a noi. "La persona che ha lasciato quella foto alla porta sa esattamente chi siamo e cosa stiamo facendo. Se avessero voluto ucciderci, lo avrebbero fatto davanti a quella palazzina. Vogliono qualcosa da noi. E io voglio sapere cosa."

"Tu non capisci in che razza di giro si era infilato papà..." borbottò mio figlio, scuotendo la testa.

"No, Salvatore, sei tu che non capisci!" lo interruppi, voltandomi verso di lui con una fermezza che lo fece sobbalzare. "Io ho vissuto quarant'anni accanto a quell'uomo! Ho lavato le sue camicie, ho cucinato per lui, ho dormito nello stesso letto! Mi diceva che faceva gli straordinari in cantiere, e invece andava da un'altra donna. Mi diceva che gli affari andavano male, e invece accumulava denaro sporco e ricatti! Tu pensi che io sia una vecchia fragile che va protetta con le bugie? Ti sbagli. Io sono la persona che ha mandato avanti questa famiglia mentre tuo padre costruiva un castello di menzogne!"

Salvatore tacque. Il silenzio nella vettura fu interrotto solo dal sibilo del tergicristallo e dal ruggito del motore mentre la strada s'inerpicava verso le montagne. Dopo circa quaranta minuti di guida nell'oscurità, l'auto scura dietro di noi accelerò improvvisamente. Fece una manovra azzardata, affiancandoci lungo un rettilineo isolato circondato da campi di grano mietuti.

"Acceleratore, Salvatore! Premilo!" gridai.

L'auto scura ci diede una sportellata sulla fiancata destra. Il rumore delle lamiere che strusciavano fu assordante, accompagnato da una scossa violenta che fece sbandare la nostra vettura verso il ciglio della strada. Salvatore sbarrò gli occhi, tenendo saldamente il volante per evitare di finire nel fossato. L'altra auto ci affiancò di nuovo, e attraverso il vetro fumé del finestrino del passeggero intravidi la sagoma di un uomo con un cappello scuro che ci faceva segno di accostare.

"Non fermarti!" urlai.

Salvatore scalò marcia e diede un colpo di acceleratore, sfruttando una curva a gomito per guadagnare qualche metro di vantaggio. Conosceva bene quella strada; ci eravamo andati decine di volte da bambino per le scampagnate pasquali. Svoltò bruscamente a destra dentro una trazzera di campagna non asfaltata, sommersa dal fango e nascosta da una fitta siepe di fichi d'India. Spegno istintivamente i fari della macchina, facendo scivolare l'auto nell'oscurità più totale sotto l'ombra di un vecchio fienile abbandonato.

Trattenemmo il fiato. Pochi secondi dopo, l'auto scura sfrecciò via lungo la strada principale, senza accorgersi della nostra deviazione. Il suo motore rombante si allontanò lentamente fino a dissolversi nel rumore della pioggia.

Restammo nell'oscurità per lunghi minuti, ascoltando solo il battito picchiettante dell'acqua sul tettuccio e il nostro respiro affannato. Il mio cuore martellava nel petto, ma la mente rimase lucida come non lo era mai stata negli ultimi anni.

"Stai bene?" mi chiese Salvatore con voce tremante, appoggiando la testa sul volante.

"Sto bene," risposi. "Ora usciamo da qui a piedi. Mancano meno di due chilometri alla casa di campagna. Se andiamo con la macchina lungo la strada asfaltata, ci troveranno subito."

Uscimmo dall'auto, facendoci strada nel fango e tra l'erba alta della campagna di Corleone. Il vento di montagna era gelido e tagliente, ma la rabbia mi teneva calda. Camminammo in silenzio sotto la pioggia fine, usando la torcia del telefono di Salvatore mantenuta bassa verso il terreno per non farci notare.

Dopo venti minuti di cammino, scorgemmo la sagoma della piccola casa di pietra immersa nell'uliveto. La casetta di Giuseppe. Il luogo che mio marito aveva sempre descritto come il suo rifugio di pace, dove andava a leggere e a curare le piante. Ora quel posto mi appariva come un sepolcro di inganni.

Il cancello d'ingresso in legno era spalancato, spezzato all'altezza della serratura. Qualcuno era già stato lì prima di noi, e non con le buone maniere.

Entrammo nell'immobile. L'aria era stantia, imbevuta di muffa e umidità. Il salotto era completamente a soqquadro: i quadri erano stati staccati dalle pareti e sfasciati a terra, i cuscini del divano squartati con un coltello, i libri della libreria rovesciati sul pavimento di cotto. Chiunque stesse cercando i registri di Giuseppe aveva perquisito la casa da cima a fondo senza fare complimenti.

"È tutto distrutto..." sussurrò Salvatore, illuminando la stanza con la torcia. "Te l'avevo detto, mamma. Elena è venuta qui, ha trovato la scatola nella cantina ed è sparita. Quando sono venuto io la settimana scorsa, era già in questo stato."

"Se chi è venuto qui cercava la scatola e ha distrutto tutto," ragionai ad alta voce, muovendo un passo tra i cocci di un vaso rotto, "significa che non sapeva esattamente dove fosse nascosta. Hanno cercato alla cieca."

"Ma Elena l'ha trovata!" protestò Salvatore. "Mi ha detto di averla presa nella cantina!"

"Mio marito era un uomo paranoico e metodico, Salvatore," dissi, ricordando i dettagli della vita quotidiana con Giuseppe: come controllava sempre tre volte di aver chiuso la porta di casa, come nascondeva le chiavi di riserva in posti assurdi. "Giuseppe non avrebbe mai lasciato dei documenti così pericolosi in un posto facile da trovare come una semplice cantina di campagna. Se ha fatto credere ad Agata e a Elena che i documenti erano qui, era solo un diversivo per depistare chiunque lo stesse cercando."

Mi incamminai verso il piccolo corridoio che portava allo studio di Giuseppe. Sulla parete in fondo c'era un vecchio orologio a pendolo in legno di noce, un pezzo d'antiquariato che suo padre gli aveva regalato per il matrimonio. Era scuro, pesante, rimasto fermo alle quattro e venticinque da anni.

Mi avvicinai al pendolo. Ricordai un dettaglio insignificante, un frammento di memoria di trent'anni prima che mi tornò in mente con una chiarezza folgorante: Giuseppe non permetteva a nessuno di spolverare quell'orologio. Lo faceva sempre lui, di persona, e si arrabbiava moltissimo se io o Salvatore ci avvicinavamo.

Aprii lo sportello di vetro del pendolo. Allungai la mano verso il fondo della cassa di legno, dietro le aste di ottone dei pesi. Il mio dito toccò un piccolo levetta metallica nascosta in un'intercapedine. Premetti con forza. Con un rumore secco di ingranaggi arrugginiti, la parte inferiore del pannello posteriore dell'orologio scivolò di lato, rivelando una nicchia segreta scavata nel muro.

Salvatore trattenne il fiato mentre illuminava il punto con la torcia.

Dentro la nicchia non c'era una scatola di metallo. C'era un vecchio quaderno con la copertina di pelle nera, legato con uno spago, e accanto ad esso un nastro magnetico da audiocassetta e una chiave d'ottone con un numero punzonato sopra: 408.

Ma prima che potessi allungare la mano per prendere il quaderno, un'ombra si stagliò sulla soglia della stanza. Il suono secco di un cane di pistola scarrellato risuonò nel silenzio della casa.

"Non toccate niente," disse una voce grave e sconosciuta alle nostre spalle. "Grazie per aver trovato quello che quel vecchio bastardo ci aveva nascosto."