L'Ombra della Verità
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L'Ombra della Verità

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Il ricatto di Maria risuonava nella stanza d'ospedale come una condanna a morte ritardata. Nonostante la mia debolezza fisica e le proteste dei medici, pretesi di essere dimesso immediatamente o, quantomeno, di essere scortato al carcere giudiziario di Trento dove mia moglie era detenuta in un reparto di massima sicurezza.

Il Magistrato De Santis tentò di dissuadermi: "Franco, è un'altra trappola psicologica. Quella donna è una manipolatrice professionista. Cercherà di destabilizzarla."

"Non m'importa," risposi con fermezza, infilandomi la giacca. "Ha minacciato mio figlio. Se esiste anche solo l'un per cento di possibilità che abbia programmato qualcosa per nuocergli, io devo sapere cosa vuole."

Prima di partire, chiesi di vedere Andrea. Mi scortarono nella stanza del reparto di neurologia dove mio figlio era ricoverato. Quando varcai la soglia, Andrea era seduto sul letto, con Leo accanto a lui che gli stringeva la mano. Quando mi vide, un sorriso stanco ma autentico si dipinse sul suo volto.

"Papà," disse Andrea, provando ad alzarsi.

"Rimani giù, figlio mio," dissi avvicinandomi e abbracciandolo con una delicatezza che non provavo da decenni. Sentire il calore del suo corpo, il suo respiro reale, spazzò via in un istante dodici anni di fantasmi. "Come ti senti?"

"La testa è ancora confusa, i medici dicono che ci vorrà del tempo prima che i condizionamenti chimici svaniscano del tutto... ma ricordo tutto adesso, papà. Ricordo le domeniche allo stadio, ricordo quando mi insegnavi ad andare in bicicletta sulle colline di Verona... ricordo chi sono."

Un nodo alla gola mi impedì di parlare per qualche secondo. Guardai mio nipote Leo, che mi sorrise con orgoglio. "Hai mantenuto la promessa, nonno," disse il ragazzo.

"Sempre," risposi. Poi mi rivolsi ad Andrea con tono cauto: "Devo andare a parlare con Maria. Ha preteso un colloquio."

Lo sguardo di Andrea s'indurì all'istante, velandosi di puro terrore. "No, papà! Non andare! È pericolosa! Anche chiusa in una cella trova il modo di manipolare le persone!"

"Devo farlo per assicurarmi che tu e Leo siate al sicuro per sempre," dissi con voce incrollabile. "Nessuno vi farà più del male."

Un'ora dopo fui scortato all'interno della struttura carceraria di Trento. Il rumore dei cancelli di ferro che si chiudevano alle mie spalle ad ogni corridoio creava un'atmosfera opressiva. Fu condotto in una piccola stanza per i colloqui riservati, con pareti di cemento spoglio e una solida scrivania al centro blindata da un vetro divisorio trasparente.

Due guardie carcerarie accompagnarono Maria. Indossava la divisa grigia dei detenuti. La sua ferita alla spalla era fasciata e il suo volto appariva scavato, ma i suoi occhi scuri brillavano ancora di una luce fredda, malvagia e incredibilmente lucida.

Si sedette di fronte a me oltre il vetro e afferrò il citofono interno. feci lo stesso.

"Sei venuto allora, Franco," disse con una risatina sottile e priva di allegria. "Il vecchio cavaliere che corre a salvare il suo principino."

"Cosa vuoi, Maria?" chiesi senza lasciar trasparire alcuna emozione. "Il tuo gioco è finito. La polizia ha smantellato la tua organizzazione. Sei in arresto e ci rimarrai per il resto della tua vita."

Maria si sporse verso il vetro, appoggiando le dita snelle contro la superficie trasparente.

"Povero illuso," mormorò con voce velenosa. "Pensi davvero che un manipolo di poliziotti locali possa distruggere un lavoro di trent'anni? Credi che io fossi la cima della piramide?"

"Di cosa stai parlando?"

"Pensi che i farmaci che iniettavo ad Andrea venissero preparati in quel piccolo bunker?" continuò lei con uno sguardo di superiorità. "Andrea ha nel suo organismo una sostanza a rilascio prolungato, incapsulata per via chirurgica nel suo braccio tre mesi fa. Ogni quattro giorni necessita di un reagente neutralizzante che solo io posso preparare. Senza quel reagente, la capsula si scioglierà del tutto nelle prossime trentasei ore, provocandogli un arresto cardiaco irreversibile."

Sentii il sangue congelarsi nel petto. "Sei un mostro... è il tuo stesso figlio!"

"È il mio esperimento più riuscito," rispose lei senza battere ciglio. "Ora ascoltami bene. Se vuoi il codice della cassaforte di Zurigo dove è custodito il siero neutralizzante, devi fare una cosa per me."

"Cosa?" chiesi con la voce spezzata dalla disperazione.

"Devi andare nella nostra vecchia casa a Verona," disse Maria con un sorriso diabolico. "Nel cassetto segreto del mio vecchio scrittoio in soffitta c'è una chiave USB nera. Portamela qui entro domani sera, prima che io sia trasferita nel carcere di massima sicurezza di Roma. Se la porti a me senza dire nulla alla polizia, ti darò il codice per salvare la vita di tuo figlio. Se parli con De Santis... Andrea morirà e tu guarderai il suo funerale per la seconda volta."