Rimasi impietrito sul pianerottolo di pietra. Il rumore del chiavistello girato con violenza rimbombava nella mia testa come un colpo di cannone. La notte trentina era piombata sul paese, portando con sé un vento gelido che penetrava fin dentro le ossa, ma io non riuscivo a muovermi. I miei piedi sembravano inchiodati a quei tre scalini. Ciò che avevo visto nei brevi secondi in cui la porta era rimasta aperta sconvolgeva ogni logica, sgretolava dodici anni di certezze e senso di colpa.
Mio figlio Andrea — o Matteo, come lo chiamava quella donna — mi aveva guardato con terrore. Non era la rabbia di un figlio che rinnega il padre, non era l'astio residuo di quel maledetto litigio a Verona. Era il panico puro di chi si trova in trappola. Ma la cosa più sconvolgente era quella data sul documento medico che spuntava dalla cornice d'argento: quattordici anni fa.
Come era possibile? Quattordici anni fa, Andrea viveva ancora a casa mia. Studiava, cenava con me ogni sera, parlava del suo futuro. E invece, secondo quel documento, in quello stesso periodo esisteva già una traccia medica ufficiale legata a lui, a quella donna e forse persino a quel ragazzo che appariva nella foto. Mio figlio conduceva una doppia vita molto prima di quella notte di pioggia in cui se ne andò? O la storia che mi ero raccontato per più di un decennio era soltanto un'illusione orchestrata da qualcun altro?
Mi svincolai lentamente dal cancello, mentre il cuore mi martellava contro le costole. Non potevo tornare a Verona. Non stasera. Camminai a tentoni lungo la via buia, illuminata solo da rari lampioni a luce giallastra, finché non trovai la piccola piazza del paese. Lì c'era una locanda vecchio stile con un'insegna di legno scricchiolante: Locanda Al Cervo. Entrai, spinto dal bisogno di riparo e dal desiderio di riordinare i pensieri.
L'oste, un uomo anziano con i baffi folti e gli occhi stanchi, mi squadrò dalla testa ai piedi mentre gli chiedevo una camera per la notte.
"Siete di passaggio?" mi domandò, versandomi un bicchiere di vino rosso senza che glielo avessi chiesto.
"Sì," risposi con voce promiscua, cercai di calibrare le parole. "Sto cercando... informazioni su una persona che vive qui vicina. Si chiama Matteo. Abita poco più in là, in quella casa con il cancello in ferro battuto."
L'oste bloccò la mano con cui stava asciugando un bicchiere. Il suo sguardo divenne improvvisamente guardingo.
"Matteo il geometra?" chiese a bassa voce.
"Sì, credo sia lui. Chi è la donna che vive con lui? Sua moglie?"
L'uomo si guardò intorno, assicurandosi che il locale deserto non nascondesse orecchie indiscrete. Si chinò verso di me sul bancone di legno massiccio.
"Quella è la signora Eleonora," mormorò con un tono che tradiva una velata avversione. "Si sono trasferiti qui circa dieci anni fa. Ma credetemi, vecchio mio, in questo paese nessuno sa davvero chi siano. Matteo lavora da casa, esce raramente, e quando lo fa è sempre accompagnato da lei. Pare che abbia subito un grave incidente molti anni fa... dicono che abbia perso gran parte della memoria. Ma sapete cosa si dice nei piccoli paesi: le voci corrono, ma la verità rimane chiusa a doppia mandata."
"Un incidente? Amnesia?" ripetei stordito.
Se Andrea aveva perso la memoria, come poteva avermi riconosciuto prima? Quel "Papà...?" sussurrato sulla soglia della porta non era la parola di un uomo amnesico. Era il richiamo disperato di un uomo che ricordava perfettamente chi fossi, ma che era costretto a fingere il contrario.
Salii nella mia camera. La stanza era essenziale, fredda, con il soffitto a travi a vista. Mi sedetti sul bordo del letto senza spogliarmi. Tirai fuori dalla tasca il biglietto d'auguri arrivato pochi giorni prima. Lo rilessi per la millesima volta. L'indirizzo scritto a penna blu. Se Andrea viveva sotto il controllo stretto di Eleonora, come era riuscito a spedirmi quel messaggio? Come era riuscito, ogni anno, a inviarmi quella busta anonima da Verona se viveva bloccato in Trentino?
Improvvisamente, un rumore impercettibile attirò la mia attenzione. Un tonfo leggero proveniente dal vicolo sottostante la finestra della mia stanza. Mi alzai di scatto, avvicinandomi al vetro annebbiato dal mio stesso respiro. Pulii la superficie con la manica della giacca e guardai giù.
Sotto la fioca luce del lampione sotterraneo, c'era una sagoma scura. Una persona con un cappuccio calato sul volto stazionava al centro della strada, con lo sguardo rivolto esattamente verso la mia finestra. Quando accertò che la stavo guardando, la figura fece un passo avanti, fece scivolare una mano fuori dalla tasca della giacca e lasciò cadere qualcosa a terra, prima di voltarsi e correre via a perdifiato nell'oscurità dei vicoli.
Il mio istinto mi gridò di muovermi. Scesi le scale in fretta, quasi inciampando negli ultimi gradini, spinsi la porta di legno della locanda e uscii nella notte gelida. Raggiunsi il punto in cui la figura si era fermata. A terra, posato sopra il ciottolato bagnato dalla brina, c'era un piccolo oggetto d'acciaio lucido che rifletteva la luce della luna: una chiave d'epoca, legata a un pezzetto di cartone strappato.
Piegai le ginocchia doloranti e la raccolsi. Sul cartoncino c'era un'altra scritta tracciata con la stessa inchiostro blu del biglietto: Ieri hai visto la superficie. Se vuoi la verità su Andrea, vieni al vecchio mulino abbandonato lungo il torrente stasera stesso. Non parlare con nessuno, specialmente con Eleonora. Ti stanno già controllando.
Un brivido mi corse lungo la schiena. Sollevai lo sguardo verso il buio e sentii dei passi veloci rimbombare dietro di me, come se qualcuno stesse correndo per raggiungermi.






