La vista di quell'uomo anziano sullo schermo del computer bloccò il respiro a tutti i presenti nella soffitta. La somiglianza era agghiacciante: la stessa forma del viso, la stessa attaccatura dei capelli, persino una piccola nei sulla guancia sinistra che possedevo anch'io.
"Chi... chi è quello?" balbettai, indicando con la mano tremante il monitor.
De Santis si sporse verso lo schermo, analizzando le scritte che comparivano in sovrimpressione sul flusso video. C'erano parametri vitali in tempo reale, frequenza cardiaca, pressione sanguigna e un conteggio alla rovescia che indicava un orario preciso: 00:12:45.
"Non è un video registrato, è una trasmissione in diretta," disse il tecnico informatico della polizia, le dita che volavano sulla tastiera. "Il segnale proviene da una struttura sotterranea situata proprio qui a Verona, sotto l'ex ospedale psichiatrico abbandonato di San Giacomo!"
De Santis mi fissò con un'espressione sconvolta. "Franco... lei ha mai saputo di avere un fratello gemello o un padre ancora in vita?"
"Mio padre è morto quando avevo dieci anni!" risposi agitato, cercai disperatamente tra i miei ricordi. "Mia madre mi ha sempre detto che era morto in un incidente sul lavoro! Non ho mai avuto fratelli!"
"Allora la storia è ancora più complessa di quanto immaginassimo," intervenne De Santis, scorrendo le cartelle cliniche allegate al file della chiave USB. "Guardate qui. Questo fascicolo risale agli anni Settanta. Tua moglie Maria non lavorava per un'organizzazione esterna... la sua famiglia faceva parte dei fondatori di questo progetto!"
Il magistrato mi mostrò dei documenti digitalizzati ingialliti dal tempo. Erano certificati di nascita e contratti di ricerca genetica finanziati da una fondazione privata con sede in Svizzera.
"Franco," disse De Santis con tono grave. "L'uomo che vedi in quel video è tuo padre. Non è mai morto negli anni Cinquanta. È stato il primo cavia di un esperimento sulle modificazioni della memoria e sul prolungamento della vita condotto dalla famiglia di Maria. Quando tu ti innamorasti di Maria negli anni Settanta, non fu un incontro casuale: fu orchestrato per continuare la linea di studio genetico su tua generazione e poi su quella di tuo figlio Andrea!"
L'intera mia vita, il mio matrimonio, la nascita di mio figlio, la presunta morte di Maria, il litigio con Andrea... tutto ciò che avevo considerato la mia esistenza reale non era altro che un gigantesco laboratorio a cielo aperto gestito da mia moglie e dalla sua organizzazione per tre generazioni.
"Perché?" gridai disperato nel silenzio della soffitta. "Perché fare tutto questo a una famiglia normale?!"
"Per il controllo e per il denaro," rispose De Santis ferreo. "I brevetti sui farmaci neurologici estratti da questi esperimenti valgono centinaia di milioni di euro sul mercato nero della farmacologia militare. Tu e Andrea eravate i soggetti di controllo perfetti perché inconsapevoli."
Il contatore sul monitor mostrava ormai meno di dieci minuti al termine del conteggio alla rovescia.
"Cosa succede quando il contatore arriva a zero?" chiesi con il terrore nella voce.
"Il sistema avvierà un processo di eliminazione automatica delle prove," rispose il tecnico informatico. "Questo significa che la struttura sotto l'ospedale abbandonato verrà saturata di gas tossico per distruggere ogni traccia biologica, compreso tuo padre ancora vivo lì dentro! E contemporaneamente verrà inviato il segnale per l'attivazione della capsula nel braccio di Andrea a Trento!"
Non c'era tempo per pensare o disperarsi. Il destino di tre generazioni della mia famiglia era racchiuso in quei dieci minuti rimasti.
"Dobbiamo andare all'ospedale San Giacomo subito!" urlò De Santis, afferrando la radio e chiamando le squadre d'assalto dei Carabinieri. "Inviate tutte le unità disponibili all'ex manicomio di San Giacomo! È un'emergenza di livello uno!"
Uscimmo dalla casa di Verona a sirene spiegate. Le auto della polizia sfrecciavano nel traffico cittadino della domenica pomeriggio, travolgendo semafori rossi e incroci. Guardavo l'orologio sul cruscotto scorrere inesorabile: sette minuti, sei minuti, cinque minuti...
Arrivammo davanti ai cancelli arrugginiti dell'ospedale psichiatrico abbandonato di San Giacomo. La struttura era un imponente edificio dell'Ottocento, sommerso da edera e degrado.
Gli agenti delle forze speciali sfondarono i cancelli con i blindati, facendo irruzione nel cortile principale. Corremmo verso l'ingresso dell'edificio principale con le armi spianate e le torce accese, mentre il contatore sul mio telefono indicava ormai soltanto due minuti al disastro finale.






