Il suono dello sparo rimbombò tra le pareti rocciose della montagna, seguito immediatamente da un secondo colpo. Ma non fui io a essere colpito, e nemmeno Andrea.
Valerio era stato più veloce. Il suo proiettile aveva colpito Maria alla spalla destra, facendole volare via l'arma dalle mani prima che potesse premere il grilletto. Il primo colpo, sparato alla cieca da Maria mentre cadeva, sibilò innocuo sopra le nostre teste, conficcandosi nel tronco di un pino poco distante.
Maria crollò nel fango con un urlo di dolore e rabbia. Pochi secondi dopo, la radura fu inondata dai fari abbaglianti delle gazzelle dei Carabinieri e delle ambulanze. Gli agenti volarono fuori dai veicoli con le armi spianate, circondando la zona.
"Rimanete fermi! Polizia!" urlarono gli agenti.
Valerio lasciò cadere la sua pistola a terra e alzò le mani, qualificandosi immediatamente e spiegando la situazione d'emergenza. I paramedici corsero verso di me e verso Andrea, mentre altri agenti bloccavano Maria e la ammanettavano, prestandole le prime cure per la ferita da arma da fuoco.
Le ore successive furono un vortice confuso di luci stroboscopiche, sirene e barelle. Fui caricato su un'ambulanza diretta all'ospedale Santa Chiara di Trento. Il veleno chimico che Maria mi aveva iniettato mi stava provocando una forte febbre e allucinazioni, ma i medici riuscirono a somministrarmi un antidoto specifico dopo aver analizzato i residui della sostanza trovata nella siringa all'interno del bunker.
Quando riaprii gli occhi due giorni dopo, mi trovai in una stanza d'ospedale luminosa e silenziosa. Accanto al mio letto c'era una sedia. Lì sedeva un uomo sulla cinquantina con un abito scuro elegante e una cartella di pelle sulle ginocchia. Non era né un medico né un poliziotto locale.
"Si sente meglio, Signor Franco?" chiese l'uomo con voce pacata ma fermamente autoritaria.
"Dove... dove sono? Dove sono mio figlio e mio nipote?" chiesi tentato di rialzarmi, ma una fitta di debolezza mi costrinse a rimettere la testa sul cuscino.
"Stia calmo, per favore. Suo figlio Andrea e suo nipote Leo stanno bene. Sono ricoverati in questo stesso ospedale, sotto protezione ufficiale. Io mi chiamo Dottor De Santis, sono un Magistrato della Procura Antimafia e dei Reati Speciali di Roma."
Guardai l'uomo con smarrimento. "Antimafia...? Cosa c'entra la mafia con quello che è successo?"
De Santis aprì la sua cartella di pelle ed strasse una serie di documenti riservati contrassegnati con il timbro 'Segreto di Stato'.
"Signor Franco, quello che le è successo negli ultimi dodici anni non è soltanto una tragica vicenda familiare. Sua moglie, che lei conosceva come Maria e poi come Eleonora, faceva parte di una rete criminale internazionale altamente specializzata nella sottrazione d'identità e nel lavaggio del cervello di soggetti chiave per conto di cartelli finanziari e organizzazioni eversive."
Trattenni il respiro mentre il magistrato continuava a parlare.
"Sua moglie non ha iniziato la sua attività quattordici anni fa. Lavorava per queste organizzazioni già prima di conoscerla a Verona negli anni Settanta. Quando lei credette che fosse morta di malattia vent'anni fa, la sua scomparsa fu orchestrata dai suoi 'datori di lavoro' per reinserirla in una nuova cellula operativa in Trentino. Ma suo figlio Andrea, per puro caso, scoprì la verità sulla vera attività della madre dodici anni fa. Ecco perché il litigio che aveste a casa vostra non fu affatto casuale."
"Che cosa intende?" chiesi, con le mani che cominciavano a tremare di nuovo.
"Quella sera di dodici anni fa, Maria inviò dei suoi uomini a provocare il vostro litigio, intercettando Andrea subito dopo che era uscito da casa sua. Volevano eliminarlo, ma Maria ottenne di risparmiargli la vita a patto di sottoporlo a una cancellazione chimica della memoria continua per farlo diventare un soggetto inoffensivo."
"E io...?" mormorai. "Perché non hanno ucciso anche me?"
"Perché lei, Signor Franco, rappresentava l'ancora di garanzia," rispose De Santis fissandomi negli occhi. "Finché lei rimaneva passivo a Verona, convinto che suo figlio fosse semplicemente fuggito di casa per rabbia, nessuno avrebbe mai indagato sulla vera identità della nuova 'Eleonora' in Trentino. Ma ora la rete è scoperta. Abbiamo arrestato undici persone nelle ultime quarantotto ore tra Trento, Verona e Milano."
Il magistrato si alzò dalla sedia e mi guardò con rispetto. "Lei e suo figlio avete portato alla luce una delle strutture clandestine più pericolose d'Europa. Ma devo avvertirla: la partita non è ancora del tutto finita."
De Santis si sporse verso di me, abbassando la voce a un sussurro agghiacciante: "Maria rifiuta di parlare con gli interrogatori. Ha chiesto di vedere solo ed esclusivamente lei. Ha detto che se non andrà a trovarla nella sua cella entro stasera, un 'secondo protocollo' già avviato ucciderà Andrea entro quarantotto ore."






