I passi si facevano sempre più vicini, ritmici e pesanti, risuonando sul selciato bagnato del vicolo. Il cuore mi batté in gola. Stringendo la chiave di metallo nel pugno chiuso fino a farmi male alla palma della mano, mi rifugiai nell'ombra di un portone d'ingresso, trattenendo il respiro. Un uomo con un pesante giaccone scuro passò di corsa a pochi metri da me, guardandosi freneticamente intorno con una torcia elettrica accesa in mano. Il fascio di luce bianca tagliò il buio, sfiorando per un millimetro il mio nascondiglio prima di perdersi verso la piazza principale.
Chiunque fosse, stava cercando me. O stava cercando chi mi aveva lasciato la chiave.
Aspettai che il silenzio della notte ritornasse sovrano prima di uscire dall'ombra. Le indicazioni sul cartoncino erano chiare: il vecchio mulino lungo il torrente. Ricordavo di aver intravisto la sagoma di un edificio di pietra diroccato mentre il bus mi portava in paese, posizionato a circa un chilometro dal centro, sommerso dalla folta vegetazione boschiva.
Senza riflettere sui rischi, spinto solo dalla disperata fame di risposte che mi tormentava da dodici anni, m'incantai lungo il sentiero sterrato che costeggiava il fiume. Il rumore dell'acqua impetuosa che sbatteva contro le rocce era l'unico suono ad accompagnare i miei passi incerti. La torcia del mio vecchio telefono cellulare illuminava appena il terreno accidentato, pieno di radici scoperte e fango slippery.
Dopo venti minuti di cammino, la struttura imponente del vecchio mulino apparve tra gli alberi spogli. Era un guscio vuoto, con il tetto parzialmente crollato e le finestre prive di infissi che sembravano orbite oculari vuote nel buio. L'imponente ruota di legno marcito era incastrata nel letto del torrente, coperta di muschio gelato.
Mi avvicinai con cautela all'ingresso principale. La porta d'ingresso era bloccata da una catena rugginosa, chiusa con un lucchetto moderno. Presi la chiave che la sagoma mi aveva lasciato pochi minuti prima e la inserii nel lucchetto. Girò con un 'clack' netto. La catena scivolò a terra producendo un rumore metallico che mi fece sussultare.
Spinsi il portone di legno putrefatto ed entrai. L'odore di muffa, legno bagnato e terra stantia mi assalì immediatamente.
"C'è qualcuno?" sussurrai con la voce tremante dalla paura e dal freddo.
Nessuna risposta. Solo il picchiettare costante di gocce d'acqua che cadevano dal soffitto sconnesso. Avanzai verso l'interno, facendomi strada tra vecchi ingranaggi arrugginiti e assi di legno spezzate.
In un angolo del salone principale, notai una luce fioca. Una candela accesa era posata sopra una cassa di legno voltata sottosopra. Accanto alla candela c'era una cartellina medica di colore marrone, visibilmente invecchiata, con sopra una grossa 'X' tracciata a pennarello rosso.
Mi avvicinai a passo rapido, quasi ipnotizzato da quella visione. Allungai la mano per afferrare la cartellina, ma prima che le mie dita potessero toccare la carta, un'ombra emerse da dietro una colonna di pietra.
"Non toccarla ancora, Franco," disse una voce grave e profonda.
Mi girai di scatto, quasi perdendo l'equilibrio. Di fronte a me non c'era mio figlio, e nemmeno la donna dai capelli scuri. Era un uomo alto, sulla cinquantina, con una cicatrice marcata che gli attraversava la guancia sinistra. Indossava un cappotto scuro e mi fissava con occhi stanchi ma estremamente vigili.
"Chi sei?" chiesi, mettendo la mano al petto per calmare l'affanno. "Sei stato tu a lasciarmi la chiave? Dove si trova Andrea? Perché mi avete fatto venire fin qui?"
L'uomo fece un passo verso la luce della candela, rivelando un distintivo di metallo cucito sulla fodera interna del suo giaccone.
"Mi chiamo Valerio," disse calmo. "Ero un investigatore privato. Dieci anni fa fui ingaggiato per trovare tuo figlio, ma quello che scoprii mi costrinse a sparire dalla circolazione e a fingere la mia morte."
"Cosa... cosa stai dicendo?" balbettai. "Ingaggiato da chi?"
"Da te, Franco," rispose l'uomo con uno sguardo sconvolgente. "O meglio... dal te stesso di dodici anni fa, subito dopo che tuo figlio sparì. Solo che qualcuno ha fatto in modo che tu dimenticassi ogni cosa."
A quelle parole la testa incominciò a girarmi forte. "No, ti sbagli! Io non ho mai ingaggiato nessuno! Io ho sofferto in silenzio per dodici anni a Verona, ricevendo solo quei maledetti biglietti..."
"Quei biglietti non erano un segnale d'amore di tuo figlio," lo interrompè Valerio con voce ferrea. "Erano un avvertimento. Un promemoria inviato da chi ti teneva sotto controllo per verificare se avevi recuperato i ricordi. Ma tre settimane fa, Andrea è riuscito a intercettare la busta prima che venisse spedita e vi ha scritto sopra l'indirizzo. Ha rischiato la sua stessa vita per farti arrivare qui."
Valerio indicò la cartellina marrone sulla cassa di legno.
"Apri quel fascicolo, Franco. Leggi la data del primo ricovero di tuo figlio. Leggi il nome della clinica e, soprattutto, guarda chi figurava come suo tutore legale quattordici anni fa. Troverai la firma di tua moglie... la donna che credevi morta vent'anni fa."
Un colpo di vento improvviso fece spalancare una finestra del mulino, spegnendo la candela e facendo sprofondare l'ambiente nel buio totale. Contemporaneamente, dal piano superiore dell'edificio si udirono chiaramente dei passi leggeri che camminavano sopra le nostre teste.






