Uscii dal carcere di Trento con la testa che mi girava e il cuore ridotto in brandelli. La minaccia di Maria era precisa, spietata e calcolata nei minimi dettagli. Tornare a Verona, la città da cui ero fuggito dodici anni prima inseguendo un fantasma, era l'ultima cosa che avrei voluto fare, ma la vita di Andrea era di nuovo appesa a un filo.
Uscito dai cancelli del carcere, il Magistrato De Santis mi stava aspettando all'interno di un'auto civetta.
"Franco, cosa le ha detto?" chiese non appena salii a bordo. "Ha un aspetto terribile."
Guardai l'uomo di legge. Le parole di Maria rimbombavano nella mia mente: Se parli con De Santis... Andrea morirà. Ma avevo già commesso l'errore di tenere tutto per me per dodici anni, fidandomi del mio solo intuito e finendo caduto in una trappola dopo l'altra. Non potevo ripetere lo stesso errore.
"Maria ha impiantato una capsula a rilascio chimico nel braccio di Andrea," dissi tutto d'un fiato, guardandolo dritto negli occhi. "Ha trentasei ore di vita se non gli somministriamo un siero neutralizzante. Mi ha ordinato di andare nella mia casa a Verona per recuperare una chiave USB nascosta in soffitta e portargliela in carcere in cambio del codice per il siero."
De Santis non mostrò sorpresa; la sua espressione divenne ancora più severa e concentrata.
"Sapevamo che avrebbe tentato un'ultima carta," disse il magistrato. "L'esame radiologico eseguito su Andrea stamattina ha effettivamente riscontrato la presenza di un piccolo corpo estraneo sottocutaneo nell'avambraccio destro. I nostri medici chirurghi stanno già valutando la possibilità di rimuoverlo chirurgicamente."
"Non potete rischiare!" protestai violentemente. "Se la capsula si rompe durante l'operazione, il veleno entrerà direttamente nel flusso sanguigno!"
"Infatti non correremo quel rischio," mi rassicurò De Santis appoggiando una mano sulla mia spalla. "Andremo a Verona. Recupereremo quella chiave USB, ma non gliela consegneremo senza aver prima decifrato il suo contenuto. Dobbiamo capire cosa contiene quel dispositivo di così importante da spingerla a rischiare tutto pur di riaverlo."
Due ore dopo ero a bordo di un'auto della polizia a gran velocità verso sud, lungo l'autostrada del Brennero, diretto a Verona. Guardavo il paesaggio scorrere dal finestrino: le montagne rocciose del Trentino cedevano lentamente il passo alle colline dolci e ai vigneti della mia terra natia.
Arrivammo a Verona nel primo pomeriggio. La mia vecchia casa era lì, esattamente come l'avevo lasciata tre giorni prima: la facciata di mattoni rossi, il cancello arrugginito, il giardino incolto. Ma ora quell'edificio mi appariva under una luce completamente diversa. Non era più il santuario del mio dolore e del mio rimorso, ma il luogo dove mia moglie aveva gettato le basi del nostro incubo decenni prima.
Entrai nell'ingresso scortato da De Santis e da due agenti degli Scientifica. L'odore di chiuso e di polvere mi accolse. Salimmo immediatamente le scale in legno verso la soffitta, un ambiente cupo e pieno di vecchi mobili coperti da lenzuoli bianchi che sembravano fantasmi del passato.
In un angolo c'era il vecchio scrittoio di Maria, un mobile d'epoca in noce scuro che non toccavo da vent'anni.
"È qui," dissi indicandolo.
L'agente della Scientifica usò dei guanti in lattice per esaminare il mobile. Trovò un doppio fondo segreto nella parte posteriore dell'ultimo cassetto a destra. Fece scorrere un pannello di legno finemente lavorato e ne estrasse una piccola chiave USB di colore nero, priva di qualsiasi etichetta.
"L'abbiamo trovata," disse l'agente.
De Santis collegò immediatamente la chiave USB a un computer portatile schermato portato dagli agenti. Sullo schermo comparve la richiesta di una password a sedici cifre.
"È crittografata con un sistema di grado militare," disse il tecnico informatico al seguito. "Ci vorranno giorni per decifrarla con la forza bruta, e non abbiamo tutto questo tempo."
Mi avvicinai al computer, osservando i caratteri che lampeggiavano sul monitor.
"Provate con una data," dissi improvvisamente.
"Quale data?" chiese De Santis.
"La data riportata sul retro della cornice d'argento che ho visto a casa di Maria in Trentino... la data del primo ricovero di Andrea prima della sua presunta scomparsa."
Il tecnico digitò i numeri indicati: 14102010.
Il sistema emise un bip acuto e la barra di caricamento diventò verde. Il file si aprì. Ma quello che apparve sullo schermo non era un semplice archivio di documenti o codici bancari. Era un flusso video in diretta streaming.
Sullo schermo comparve l'immagine di una stanza blindata sconosciuta. Al centro della stanza, seduto su una sedia a rotelle e collegato a macchinari di sostentamento vitale, c'era un uomo anziano con i capelli bianchi. Ma la cosa più sconvolgente era la targhetta apposta sulla parete dietro di lui.
C'era scritto: Soggetto Zero - Franco Senior.
Mi accasciai sulla sedia più vicina, mentre la stanza cominciava a girare. L'uomo sul video era la mia copia identica, ma di vent'anni più vecchio.






