L'Ombra della Verità
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L'Ombra della Verità

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Il telefono continuava a vibrare nella mia tasca, un ritmo ostinato che tagliava il buio del bosco. Continuai a correre insieme a Leo, inciampando sulle radici ed evitando rami bassi che mi frustavano il viso. Il respiro era un raschio doloroso nella gola, ma l'adrenalina mi spingeva ad avanzare. Quando finalmente ci nascondemmo nel cavo di un enorme faggio abbattuto, estrassi il cellulare con mani tremanti.

Sul display appariva un numero sconosciuto. Risposi con cautela, portandomi l'apparecchio all'orecchio senza pronunciare una parola.

"Franco..." disse una voce debole, rantolante, disturbata da un forte fruscio di fondo. "Sei tu...?"

"Andrea!" esclamai in un soffio soffocato, mentre le lacrime mi salivano agli occhi. "Andrea, figlio mio!"

"Papà... non abbiamo tempo," disse mio figlio. La sua voce era impastata, chiaramente alterata da pesanti dosi di sedativi. "Ti stanno cercando. Maria... lei sa che hai parlato con Valerio. Se raggiungi le coordinate... devi stare attento. Non entrare dall'ingresso principale. C'è... c'è un condotto di ventilazione dietro la vecchia torretta d'avvistamento..."

"Andrea, ti prego, spiegami! Perché ti ha fatto questo? Perché ti ha nascosto per dodici anni?"

Un rumore di passi e di voci metalliche interruppe la sua risposta. Sento la voce di Eleonora — o meglio di Maria, mia moglie — risuonare fredda nel microfono: "Con chi stai parlando? Dammelo!"

Poi, il suono di una colluttazione, un grido soffocato di Andrea e la linea che cadeva miseramente nel silenzio.

Guardai Leo, che mi fissava con occhi spaventati nella fioca luce lunare.

"Mio padre sta soffrendo," disse il ragazzo con voce rotta. "Dobbiamo aiutarlo, nonno."

La parola nonno mi colpi il petto con la forza di una mazzata. Per dodici anni avevo vissuto nella convinzione di essere un uomo solo, un padre fallito abbandonato dal proprio figlio. E ora scoprivo non solo che mio figlio era stato prigioniero di una macchinazione infernale, ma che avevo un nipote che mi chiamava nonno. Il senso di colpa che mi aveva schiacciato per più di un decennio si trasformò istantaneamente in una rabbia feroce e determinata.

"Lo salveremo," dissi a Leo, stringendogli forte la spalla. "Te lo prometto."

Aperto il fascicolo marrone che avevo salvato dal mulino, usai la luce fioca del telefono per esaminarlo. Tra le schede mediche e i report di somministrazione di farmaci sperimentali, trovai una mappa topografica fatta a mano. Mostrava il monte Bondone e una serie di gallerie militari abbandonate. Una sezione era evidenziata in rosso con la dicitura: Unità di Recupero Cognitivo.

Capii tutto. Mia moglie Maria non era semplicemente fuggita; aveva trasformato la nostra famiglia in un laboratorio umano. Utilizzava farmaci psicoattivi e tecniche di deprivazione sensoriale per cancellare i ricordi di Andrea ogni volta che lui mostrava segni di risveglio o tentava di ribellarsi. I biglietti d'auguri che ricevevo a Verona non erano spediti da Andrea, ma da lei: un test periodico per verificare se i trattamenti che mi somministrava a mia insaputa tramite finti integratori anni prima stavano ancora facendo effetto sulla mia memoria.

"Leo, conosci questa strada?" gli chiesi, mostrandogli la mappa.

Il ragazzo annuì. "Sì, conosco un sentiero per cacciatori che sale verso il monte senza passare dalla strada principale. Ci vorrà un'ora a piedi."

Ci mettemmo in cammino sotto una pioggia sottile e gelida che cominciava a cadere dal cielo plumbeo. La salita era ripidissima e le mie gambe di settantatreenne protestavano a ogni passo, ma la determinazione mi dava una forza che non credevo di possedere.

Arrivammo in prossimità delle coordinate verso le tre del mattino. La nebbia fitta avvolgeva la cima della montagna, rendendo le sagome degli alberi simili a spettri. Davanti a noi emerse la struttura grigia di un bunker in cemento armato, partially sprofondato nel terreno e coperto di vegetazione. All'esterno stazionavano due veicoli scuri: gli stessi che avevano attaccato il mulino.

Ci strisciammo verso il retro, individuando la torretta d'avvistamento di cui parlava Andrea. Dietro di essa, parzialmente coperto da rovi e ruggine, c'era la grata di un condotto di ventilazione.

Usai una pietra appuntita per fare leva sulla grata arrugginita. Dopo diversi sforzi disperati, il metallo cedette con un cigolio. Leo s'infilò per primo nella condotta buia, e io lo seguii a fatica.

Strisciammo nel canale metallico per diversi metri, guidati dal suono fioco di un ronzio elettrico e da un pungente odore di disinfettante. Giungemmo sopra una grata che dava su una stanza illuminata da luci al neon. Guardai attraverso le fessure e quello che vidi mi fece gelare il sangue.

In mezzo alla stanza, legato a una sedia metallica con cinghie di cuoio, c'era Andrea. Attorno a lui c'erano monitor e macchinari medici. Di fronte a lui stava Maria, dressed in un camice bianco, con una siringa contenente un liquido trasparente in mano.

"È finita, Andrea," disse Maria con voce priva di qualsiasi emozione umana. "Hai cercato di contattarlo di nuovo. Questa volta dovremo resettare completamente gli ultimi quindici anni. Non ricorderai nemmeno come ti chiami."

Maria alzò la siringa verso il collo di mio figlio, mentre Andrea tentava disperatamente di liberarsi dalle cinghie.