I corridoi dell'ex manicomio di San Giacomo erano un labirinto di pareti scrostate, lettini arrugginiti abbandonati e muffa. L'aria era stantia, impregnata di un odore metallico. I fasci di luce delle torce dei Carabinieri squarciavano il buio mentre la squadra di incursione avanzava a passo rapido.
"Il tecnico dice che l'accesso ai livelli sotterranei si trova sotto la vecchia cappella dell'ospedale!" urlò De Santis mentre correvamo lungo un corridoio al piano terra.
Raggiungemmo la cappella sconsacrata. Al centro della navata, dietro un altare di marmo spaccato, trovammo un montacarichi industriale di metallo moderno, perfettamente funzionante: una stonatura spaventosa in un edificio abbandonato da trent'anni.
L'orologio digitale sul mio telefono segnava un minuto al termine del conteggio alla rovescia.
"I codici della chiave USB! Digita i codici sul tastierino del montacarichi!" gridai al tecnico che correva al nostro fianco.
L'agente inserì la sequenza numerica 14102010. Le porte di ferro del montacarichi si aprirono con un fischio idraulico. Ci precipitammo tutti all'interno e la cabina cominciò a scendere rapidamente verso le viscere della terra.
Scesimo per almeno quattro piani underground prima che la corsa si fermasse. Le porte si riaprirono su una realtà completamente diversa: un corridoio ultramoderno con pareti bianche lucide, illuminato da tubi a neon e porte blindate a chiusura ermetica.
In fondo al corridoio, un grande monitor a parete mostrava il contatore: 00:00:15.
"Trova la stanza di controllo! Dobbiamo bloccare la sequenza di eliminazione!" ruggì De Santis.
Corsi d'istinto lungo il corridoio principale, guidato dalle immagini che avevo visto sullo schermo in soffitta. Sfondai una porta a spinta sulla destra e mi ritrovai nella stanza del 'Soggetto Zero'.
L'uomo anziano era lì, sulla sua sedia a rotelle, collegato ai tubi delle flebo. Aveva gli occhi aperti, pallidi e quasi ciechi, ma quando varcai la soglia girò il capo verso di me.
"Franco...?" mormorò con una voce fioca come un soffio di vento.
00:00:05.
Nel corridoio, il tecnico riuscì a inserire un dispositivo di override informatico nel terminale di controllo principale proprio mentre il contatore toccava lo zero.
Un segnale acustico acuto rimbombò nell'aria, seguito da una voce sintetica che annunciò: "Sequenza di emergenza interrotta. Sistema in modalità di sicurezza."
Tutti mettemmo un sospiro di sollievo soffocato. Il veleno non era stato rilasciato e il segnale per l'attivazione della capsula di Andrea era stato bloccato in tempo.
Mi avvicinai lentamente all'uomo sulla sedia a rotelle, cadendo in ginocchio accanto a lui. Gli afferrai le mani fredde e tremanti.
"Padre...?" chiesi con le lacrime che mi appannavano la vista.
L'uomo mi fissò con un'espressione di infinita tristezza e sollievo. "Franco... figlio mio... sei cresciuto... Sei diventato vecchio come me..."
"Perché non mi hai mai cercato? Perché hai lasciato che mi facessero questo?"
"Non ho potuto..." rispose mio padre con un filo di voce, faticando a parlare. "Maria e la sua famiglia... mi hanno tenuto qui dentro per cinquant'anni. Hanno usato il mio sangue per sintetizzare i sieri... Volevano creare una sostanza in grado di riscrivere la mente umana... Io ho cercato di resistere... ho cercato di proteggere te e Andrea..."
Mio padre fece un gesto debole verso un cassetto della consolle medica accanto a lui. "Lì dentro... c'è il siero originale... L'ho nascosto io tre anni fa... quando ho capito che volevano usarlo su tuo figlio. Prendilo... salverà Andrea per sempre..."
Allungai la mano e aprii il cassetto secretato. All'interno c'era una fiala di vetro sigillata contenente un liquido azzurro brillante, accompagnata da una serie di appunti autografi datati e firmati da mio padre.
Ma prima che potessi prendere la fiala, un rumore metallico risuonò alle nostre spalle.
La porta blindata della stanza si chiuse con violenza, bloccando De Santis e i Carabinieri all'esterno nel corridoio. Dagli altoparlanti della stanza risuonò una voce nota, una voce che avrebbe dovuto essere chiusa in una cella a Trento.
"Pensavate davvero che fosse così facile, vero?" disse Maria dall'interfono.






