Alle due di notte squillò il telefono
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Alle due di notte squillò il telefono

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In quell'istante che sembrava eterno, la morte pareva inevitabile. Ma prima che il mercenario potesse premere il grilletto, una figura scura balzò improvvisamente da un cespuglio alle sue spalle, scagliandosi contro di lui con furia cieca.

Era Marco! Il mio vecchio amico, che credevo catturato o ucciso a Bologna!

Marco colpì il mercenario al collo con pesante tubo di ferro raccattato chissà dove. L'impatto fu così violento che il fucile da precisione sparò un colpo a vuoto prima di volare via tra le erbacce. Il mercenario ruggì di dolore, ma grazie alla sua forza fisica e al suo addestramento si voltò rapidamente, colpendo Marco al volto con un pugno devastante che lo fece crollare a terra svenuto.

"Marco!" gridai.

Ma la diversione era stata sufficiente. Elena scattò in avanti, raccolse una grossa pietra dal bordo del pozzo e la scagliò con quanta forza aveva in corpo contro la testa del mercenario. L'uomo vacillò, portandosi le mani al capo insanguinato, per poi stramazzare pesante al suolo, svenuto.

Corsi verso Marco, inginocchiandomi accanto a lui. Il suo viso era coperto di sangue per una ferita sopra il sopracciglio, ma il suo petto si alzava e si abbassava regolarmente. Era vivo.

"Marco, amico mio... come sei arrivato fin qui?" chiesi pulendogli il viso con la manica.

Marco aprì gli occhi a fatica, tosse leggermente e accennò un debole sorriso. "Pensi davvero... che mi sarei fatto prendere da quei teppisti a casa mia? Sono passato dal lucernario del tetto... vi ho seguiti con la mia vecchia auto prima che tagliassero le strade. Sapevo dove avevate intenzione di andare..."

Elena ci aiutò a rimetterci in piedi. "Non possiamo rimanere qui! Tra poco Valli sentirà che il suo uomo non risponde alla radio e manderà l'intera squadra!"

Recuperammo la scatola di latta contenente le prove, sorressi Marco sotto le ascelle e ci allontanammo velocemente dal frutteto, addentrandoci ancora più a fondo nella vegetazione selvaggia della vallata, lontani dalle strade principali.

Dopo un'ora di marcia dolorosa ed estenuante, durante la quale Marco riuscì gradualmente a riprendere le forze per camminare da solo, Elena ci guidò verso una vecchia casa colonica abbandonata situata nei pressi di un piccolo torrente. Il posto era nascosto da pioppi secolari e sembrava dimenticato da Dio e dagli uomini.

"È qui," disse Elena spingendo la porta di legno della stalla adiacente alla casa.

Entrammo nell'oscurità del fienile. L'odore di fieno stantio e terra secca ci accolse. Elena camminò verso un accumulo di balle di paglia nell'angolo più buio della struttura, spostandone alcune con premura e delicatezza.

Dietro la paglia c'era una piccola botola di legno ricavata nel pavimento. Elena bussò tre volte con nocche decise, fece una pausa di due secondi, e poi bussò altre due volte. Un codice sequenziale.

Sentimmo il rumore di un catenaccio metallico venire sbloccato dall'interno. La botola si sollevò lentamente. Dall'oscurità del vano sotterraneo emerse la testolina di una bambina con riccioli castani e due enormi occhi scuri colmi di un mix di paura e speranza.

Era la bambina della fotografia. Mia nipote Sofia.

Il mio cuore perse un battito. Le lacrime mi offuscarono la vista mentre i miei occhi incontravano i suoi. Era il ritratto sputato di mia moglie Adele quando era giovane, con la stessa espressione dolce e fiera che aveva caratterizzato anche mia figlia Chiara.

"Elena?" sussurrò la bambina con una voce piccola e tremante. "È finita? La mamma è tornata?"

Un silenzio straziante calò nella stalla. Elena si inginocchiò accanto a lei, abbracciandola stretta senza riuscire a trattenere un singhiozzo.

Mi avvicinai lentamente, accucciandomi a terra per stare alla sua altezza. Cercai di sorridere, anche se il dolore per la perdita di Chiara mi devastava dentro.

"Ciao, Sofia..." mormorai con la voce rotta. "Io sono... io sono il tuo nonno Renato."

La bambina mi fissò per lunghi secondi, guardando prima il mio viso e poi le mie mani tremanti. Poi, con una lentezza carica di emozione, estrasse dalla tasca dei suoi pantaloni una piccola foto ingiallita dal tempo: era una vecchia fotografia di me ed Adele che Chiara doveva aver conservato per tutti quei nove anni.

"La mamma mi ha parlato tanto di te," disse Sofia con un filo di voce, mentre le lacrime le solcavano le guance rosse. "Mi ha detto che sei un uomo buono e che se le fosse successo qualcosa, mi avresti difesa da qualsiasi mostro."

Non ce la feci più. Allungai le braccia e la strinsi a me con tutta la forza che avevo in corpo, piangendo come un bambino. Sentire il suo piccolo corpo caldo contro il mio petto mi dette una ragione per vivere che non provavo da quando mia moglie era morta. In quell'abbraccio c'era il perdono di Chiara, c'era il nostro passato e l'unica speranza per il nostro futuro.

Ma il momento di pace fu drammaticamente breve.

Dall'esterno della stalla giunse l'eco acuto di diversi motori di auto di grande cilindrata che sgommavano sul ghiaione del viale d'accesso. Portiere metalliche vennero sbattute con violenza.

"Renato! So che sei lì dentro con la bambina!" la voce amplified di Corrado Valli rimbombò attraverso le pareti di legno del fienile. "Avete cinque minuti per uscire con la chiavetta USB! Se non lo fate, daremo fuoco alla stalla e vi bruceremo vivi dentro!"