Un brivido d'orrore ci immobilizzò entrambi. Non c'era tempo per pensare a come avessero fatto a rintracciarmi fin lì: forse avevano tracciato i miei movimenti con le telecamere di sorveglianza della strada, o forse stavano piantonando tutte le abitazioni dei miei conoscenti storici.
"La porta sul retro, passa dai garage!" gridò Marco spingendomi verso il corridoio d'uscita secondario.
"Non posso lasciarti qui da solo con loro, Marco! Ti uccideranno!" protestai afferrandolo per le spalle.
"Io sono solo un vecchio che riceve una visita improvvisa, non ho nulla che a loro interessa! Cercano te e la bambina! Vai, Renato! Se ti prendono, la figlia di Chiara è finita!" urlò Marco con una determinazione che non gli avevo mai visto prima.
In quel momento, un forte boato scosse il pianerottolo: stavano colpendo la porta d'ingresso con una mazzetta o un piede di porco. Le cerniere di metallo gridarono sotto la pressione.
Senza dire un'altra parola, svicolai lungo la porta di servizio della cucina che dava sulle scale di emergenza del retro. Mentre scendevo al buio le rinfusa di gradini, sentii il legno della porta principale di Marco cedere con uno schianto tremendo, seguito da urla e dal rumore di stoviglie infrante. Maledissi la mia impotenza, ma continuai a correre verso il basso, con le lacrime che mi annebbiavano la vista.
Raggiunsi l'area dei garage sotterranei e uscii da una grigliata di aerazione che dava su un parco pubblico adiacente. La pioggia aveva ripreso a cadere forte, trasformando i viali di terra in pozzanghere di fango. Correvo senza una meta precisa, spinto solo dalla disperata necessità di allontanarmi da quella trappola.
Dormii per le successive quattro ore nascosto all'interno di una vecchia cabina elettrica in disuso nel parco, tremando per il freddo e per lo shock. Quando le prime luci dell'alba di un cielo grigio e piovoso iniziarono a filtrare tra gli alberi, capii che la città era diventata una cabbia mortale. Corrado Valli controllava le strade. Dovessi muovermi a piedi verso le colline di Pianoro era rischioso, ma non avevo altra scelta.
Uscii dalla cabina e mi incantai verso la stazione secondaria di San Ruffillo. Usai dei contanti presi dallo zaino per acquistare un biglietto dell'autobus extraurbano diretto verso l'Appennino. Salii sul mezzo occupando l'ultimo sedile in fondo, tenendo il cappello calato sul viso e il bavero del giubbotto alzato.
Ogni volta che l'autobus si fermava o una macchina scura affiancava il veicolo, il mio cuore saltava un battito. Durante il tragitto, la mente tornava continuamente al dettaglio scoperto con Marco: Chiave 1984.
Nel 1984 io ed Adele avevamo comprato quella cassetta in collina. Quando la vendemmo nel 2002, lasciammo una vecchia cassaforte incastrata nella parete della cantina perché avevamo smarrito la combinazione. Chiara era solo una ragazzina allora, ma amava nascondere i suoi piccoli segreti in quel vecchio casolare. Possibile che avesse ritrovato quella chiave o che avesse usato quel luogo come riparo per Sofia?
L'autobus mi lasciò a una fermata deserta lungo la strada provinciale per Pianoro. Il paesaggio intorno era dominato da boschi fitti e colline avvolte da una nebbia densa e lattiginosa. L'aria profumava di terra bagnata e foglie marcite.
Estrassi lo smartphone — a cui avevo preventivamente tolto la scheda SIM per evitare qualsiasi tracciamento GPS — e consultai le coordinate salvate come screenshot. La posizione era a circa tre chilometri di cammino lungo un sentiero sterrato che si arrampicava nella macchia boschiva.
Zoppicando per la distorsione alla caviglia che continuava a pulsarmi dolorosamente, mi incantai lungo il sentiero. La vegetazione era fitta, i rovi strappavano i miei vestiti, ma la rabbia e la speranza mi spingevano avanti. Dopo quasi un'ora di cammino estenuante, la nebbia si diradò leggermente, rivelando la sagoma di una struttura in pietra.
Era il vecchio casolare. Le mura erano in gran parte coperte d'edera, il tetto di tegole era parzialmente crollato e le finestre erano prive di vetri, sostituiti da assi di legno marcito. Tutto sembrava deserto e abbandonato da decenni.
Mi avvicinai lentamente, tenendo la mano stretta sul manico del coltello nella tasca.
"Sofia?" sussurrai con la voce tremante dalla paura e dal freddo. "Sofia, ci sei?"
Nessuna risposta. Solo il picchiettare monotono della pioggia sulle foglie morte.
Avanzai verso la porta d'ingresso principale, che era socchiusa. La spinsi delicatamente; i cardini arrugginiti emisero un gemito acuto che risuonò spettrale nell'oscurità dell'interno.
Entrai. L'odore di muffa e degrado era soffocante. Polvere e macerie coprivano il pavimento di mattoni rossi. Feci pochi passi nel corridoio centrale, illuminando l'ambiente con la piccola torcia tascabile.
All'improvviso, un rumore secco alle mie spalle mi fece sobbalzare. Mi voltai di scatto: un'ombra si stagliava sulla soglia della porta.
Non era una bambina. Era un uomo alto, con un impermeabile nero scuro e una pistola munita di silenziatore puntata esattamente al centro del mio petto.
"Sei arrivato in ritardo, vecchio," disse l'uomo con un sorriso gelido.






