Alle due di notte squillò il telefono
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Alle due di notte squillò il telefono

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Il suono delle sirene si faceva sempre più vicino, rimbalzando tra le gole rocciose della vallata. Luci blu balenavano fiocamente attraverso la nebbia densa che avvolgeva la vegetazione.

"Dobbiamo muoverci," disse Elena a bassa voce, sbirciando fuori dalla grotta. "Corrado ha chiamato i suoi agganci nelle forze dell'ordine per setacciare la zona. Faranno passare questo bosco con un pettine fittissimo."

"Aspetta," la bloccai, tirandola per la manica. "Se Corrado è sceso nella cantina del casolare quando è caduto, potrebbe aver già trovato quello che Chiara ha nascosto lì."

Elena scosse la testa con fermezza. "No. Chiara era troppo furba per lasciare una prova così importante nell'edificio principale. Quel casolare era solo uno specchietto per le allodole. La 'Chiave 1984' non è un oggetto fisico dentro una casa, Renato. Pensa a cosa c'era in quella proprietà nel 1984."

Mi accasciai contro la parete fredda della grotta, stringendomi la testa tra le mani. I ricordi di trentanove anni fa riaffiorarono lentamente, facendosi strada tra il dolore e la stanchezza. Il 1984... l'estate in cui comprammo la terra. Ricordai le giornate passate con mia moglie Adele a ripulire il terreno. Ricordai un vecchio pozzo in pietra, situato a un centinaio di metri dal casolare, che avevamo coperto con una pesante lastra di ferro per evitare che la piccola Chiara, allora appena nata, potesse cadervi dentro. Su quella lastra di ferro avevamo inciso insieme la data di acquisto: 14.10.1984.

Sgranai gli occhi. La data impressa sul retro della fotografia che avevo trovato sotto la porta non era solo una scadenza: era la combinazione temporale e l'indicazione del luogo!

"Il vecchio pozzo..." mormorai rialzandomi di scatto. "È nel vecchio pozzo ai margini del frutteto!"

"Sei sicuro?" chiese Elena con gli occhi spalancati dalla speranza.

"Sicurissimo. Adele ed io avevamo saldato una piccola scatola metallica stagna sotto il coperchio del pozzo per custodire i documenti di proprietà originale. Chiara lo sapeva. Usava quel posto come 'capsula del tempo' quando era bambina!"

"Allora dobbiamo tornarci prima che gli uomini di Corrado finiscano di perquisire il casolare," disse Elena tirando fuori dalla tasca una piccola torcia e una corda di nylon resistente. "Se prendiamo le prove, possiamo ricattare Valli o consegnarle direttamente alla Procura Generale di Bologna, saltando i poliziotti corrotti della zona."

Ci incamminammo con estrema cautela, muovendoci come ombre tra gli alberi per evitare le squadre di ricerca. Vedevamo i fasci di luce delle torce dei poliziotti passare a pochi metri da noi. Sentivamo le loro voci radio gracchiare ordini nell'aria umida.

Raggiungemmo il margine del vecchio frutteto abbandonato. Gli alberi di mele selvatiche erano ormai secchi e contorti, spogliati dalle intemperie. Al centro della radura, parzialmente sommerso dalle erbacce e dalle foglie marcite, giaceva il blocco di pietra del pozzo con il suo pesante coperchio arrugginito.

Ci avvicinammo strisciando sull'erba bagnata. Il cuore mi batteva impazzito nel petto. Corrado Valli era ancora nei pressi del casolare a poche centinaia di metri di distanza, e il minimo rumore avrebbe tradito la nostra posizione.

Insieme ad Elena, afferrai il bordo della lastra di ferro. Il metallo era gelido e tagliente. Con uno sforzo supremo, spingemmo la lastra di lato. Il ferro stridette contro la pietra con un suono che ci fece gelare il sangue.

Ci fermammo subito, trattenendo il respiro. Nessuno sembrava aver sentito.

Illuminai l'interno del pozzo con la torcia. A circa un metro di profondità, fissata alla parete di roccia con un gancio metallico arrugginito, c'era una scatola di latta per biscotti, avvolta in diversi strati di plastica trasparente da imballaggio.

"C'è!" sussurrai con la voce spezzata dall'emozione.

Allungai il braccio nel buio del pozzo, allungandomi fin quasi a perdere l'equilibrio. Le mie dita sfiorarono la plastica scivolosa. Feci un ulteriore sforzo, afferrai la corda della scatola e la tirai verso l'alto.

La scatola era pesante. La adagiai sull'erba e strappai la plastica con il coltello da caccia. All'interno c'era una chiavetta USB di colore rosso e un piccolo taccuino di pelle nera con le cifre dei conti cifrati e i nomi dei contatti istituzionali di Corrado Valli. Chiara aveva documentato tutto: nomi, date, transazioni finanziarie per milioni di euro legate al traffico d'armi e al riciclaggio di denaro sporco.

"Ce l'abbiamo," disse Elena con le lacrime agli occhi. "Con questo materiale Corrado passerà il resto della sua vita in prigione."

Ma proprio mentre stavo per infilare la scatola nello zaino, un'ombra si allungò su di noi dall'alto degli alberi.

Un raggio laser rosso comparve improvvisamente sul petto di Elena, poi si spostò lentamente verso il mio cuore.

"Posate la scatola per terra, molto lentamente," disse una voce fredda dal buio della vegetazione.

Da dietro un grosso quercia uscì un uomo alto, imponente, vestito con un'uniforme tattica priva di distintivi e armato di un fucile di precisione munito di silenziatore. Non era un semplice criminale: era un mercenario professionista.

"Signor Renato," disse l'uomo facendoci cenno di alzare le mani. "Il Dottor Valli vi ringrazia per aver svolto il lavoro sporco al posto suo. Ora consegnate tutto, o vi sparo in testa qui e ora."

Elena mi guardò con terrore. Io strinsi la scatola al petto, sentendo la rabbia montare dentro di me fino a diventare insopportabile. Non potevo permettere che il sacrificio di mia figlia fosse stato vano.

"Se ci spari, la scatola cade nel pozzo e non la recupererai mai più," dissi con tono fermo, facendo un passo indietro verso il ciglio del buco nero.

L'uomo armato sorrise malignamente. "Pensi che mi importi? Valli mi paga per eliminare i testimoni. La chiavetta è solo un bonus."

L'uomo prese la mira e poggiò il dito sul grilletto.