Alle due di notte squillò il telefono
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Alle due di notte squillò il telefono

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Le parole scritte su quel foglio sembrarono incendiare l'aria intorno a me. Un vortice di disperazione mi travolse, minacciando di farmi svenire. Mia figlia era morta. La mia piccolina, la ragazza con cui avevo litigato così ferocemente nove anni fa, non c'era più. Ma non c'era tempo per piangere, non ora. C'era una vita in gioco, una vita innocente che portava il mio stesso sangue.

Mi imposi di respirare lentamente e continuai a leggere la lettera di Chiara, la cui grafia divenne via via più tremolante lungo le righe:

"Papà, so che non ci parliamo da anni e il colpa è solo mia. Mi sono fidata delle persone sbagliate e ho scoperto qualcosa che non avrei mai dovuto sapere. L'uomo con cui ho vissuto per sei anni, l'uomo che credevo mi amasse, si chiama Corrado Valli. Si presenta come un distinto imprenditore immobiliare, ma in realtà gestisce un traffico illecito di documentazioni e riciclaggio per conto di organizzazioni criminali molto potenti. Quando ho scoperto i suoi affari e ho minacciato di andare alla polizia, la mia vita è diventata un inferno.

Ma la cosa più importante, papà, è tua nipote. Si chiama Sofia, ha otto anni. È la luce dei miei occhi, ed è identica a mamma. Corrado vuole usarla per ricattarmi e per assicurarsi che io non parli mai. Se sto scrivendo questo è perché so che mi sta braccando. Non posso più scappare. Ho nascosto Sofia in un posto sicuro, ma Elena è l'unica che sa dove si trova. Non fidarti di nessuno, papà. Corrado ha agganci ovunque, persino nella procura e nelle forze dell'ordine. L'unica persona al mondo a cui posso affidare la vita di mia figlia sei tu. Salvala, ti prego. Perdona il male che ti ho fatto. Ti ho sempre voluto bene."

Sotto la firma di Chiara c'era una stringa di cifre e lettere apparentemente priva di senso: 44°29'38.2"N 11°20'34.1"E - Chiave 1984.

Le mie mani tremavano a tal punto che rischiai di far cadere il foglio. Il dolore per la morte di Chiara mi perforava il petto come un chiodo arrugginito, ma un'adrenalina primordiale, la rabbia di un padre e la responsabilità di un nonno, prese il sopravvento sulla prostrazione. Sofia era viva, ma era in pericolo mortale.

Mi precipitai allo scrittoio del soggiorno. La prima cosa da fare era capire dove portassero quelle coordinate geografiche. Inserii i numeri sul mio vecchio computer desktop. Dopo qualche secondo di attesa straziante, la mappa satellitare caricò un'immagine: si trattava di un vecchio casolare abbandonato sulle colline della Pianura Padana, poco fuori dal comune di Pianoro, immerso in un bosco Fitto e isolato.

Mentre fissavo lo schermo, un rumore sommesso proveniente dall'esterno attirò la mia attenzione. Non veniva dalle scale, ma dalla strada sotto le mie finestre. Camminai a passi felpati verso la finestra della sala, spegnendo la lampada da tavolo per non far notare la mia sagoma. Sbirciai da dietro le tende pesanti.

Nella strada sottostante, illuminata fiocamente dai lampioni a gas, c'era una berlina nera con i vetri oscurati. Il motore era spento, ma le luci di posizione erano accese. Dalla portiera del passeggero uscì un uomo alto, vestito con un lungo cappotto scuro e con un cappello calato sulla fronte. Rimase fermo sul marciapiede, alzando lo sguardo esattamente verso le finestre del mio appartamento al terzo piano.

Il mio cuore saltò un battito. Mi stavano già controllando. Elena aveva detto di non fidarsi di nessuno e che l'assassino di mia figlia stava cercandomi. Quell'uomo sotto casa era Corrado Valli o uno dei suoi sicari?

In quel preciso momento, il telefono fisso di casa riprese a squillare. Il suono acuto spezzò il silenzio della stanza come un colpo di pistola. Mi bloccai a metà strada tra la finestra e il corridoio. Il telefono squillò quattro, cinque, sei volte. Chi poteva essere a quell'ora della notte? Se fosse stato Corrado? O forse Elena che cercava di avvertirmi?

In preda a una decisione impulsiva, corsi verso l'apparecchio e sollevai la cornetta, senza pronunciare una parola.

Dall'altra parte si sentì un respiro profondo, poi una voce maschile, calda, calcolata e spaventosamente tranquilla disse: "Buonasera, Signor Renato. So che ha appena ricevuto la lettera di sua figlia. Chiara è stata molto sciocca, ma lei è un uomo saggio e d'altri tempi. Non roAddress metta in cose più grandi di lei. Mi dia quello che sto cercando, e la sua vecchiaia trascorrerà in pace."

Gelai sul posto. Quell'uomo sapeva della lettera. Ma come faceva a saperlo? Aveva seguito Elena?

"Chi sei? Che cosa hai fatto a mia figlia?!" ruggii nel microfono, sentendo il sangue pulsarmi nelle tempie.

"Chiara ha fatto una scelta sbagliata," rispose la voce senza la minima emozione. "Ora tocca a lei non commettere lo stesso errore. So che lei ha la chiave e la posizione di Sofia. Se non me le consegna entro domani sera, le prometto che la storia della sua famiglia finirà per sempre. E guardi fuori dalla finestra, Renato... i miei uomini sono molto pazienti."

La linea cadde con un click secco. Mi corsi di nuovo alla finestra: l'uomo dal cappotto scuro si era avvicinato al portone d'ingresso del mio palazzo e stava infilando una mano nella tasca interna della giacca, estraendo un passe-partout metallico per forzare la serratura del portone principale.

Stavano salendo da me.