Alle due di notte squillò il telefono
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Alle due di notte squillò il telefono

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La morsa del panico minacciò di paralizzarmi, ma il pensiero di mia figlia assassinata e di mia nipote terrorizzata in chissà quale nascondiglio trasformò la paura in pura furia vegetale. Non potevo permettermi di morire lì, in quel soggiorno pulito e ordinato dove avevo trascorso gli ultimi vent'anni della mia tranquilla pensione.

Presi lo zaino da montagna che tenevo nell'armadio dell'ingresso. Ci infilai dentro la lettera di Chiara, la fotografia della bambina, il mio portafoglio, i documenti, una torcia elettrica e una bottiglia d'acqua. Presi anche un vecchio coltello da caccia che mio padre mi aveva regalato cinquant'anni prima, riponendolo nella tasca interna del giubbotto di pelle.

Sentii il rumore metallico dei gradini di marmo scricchiolare al secondo piano. Erano veloci, silenziosi, professionali. Avevano già superato il portone principale. Tra pochi secondi sarebbero stati davanti alla mia porta blindata.

L'unico modo per uscire da quell'appartamento senza incrociarli era la scala antincendio di servizio che dava sul cortile interno sul retro del palazzo, accessibile dalla finestra della cucina. Una via d'uscita che non usavo da decenni e che speravo fosse ancora agibile.

Senza accendere alcuna luce, scavalcai il davanzale della cucina. L'aria fredda di ottobre mi frustò il viso mentre i miei piedi toccavano le grate metalliche e arrugginite della grata di soccorso. Il ferro era scivoloso per la pioggia recente. Chiusi la finestra piano dietro di me per non tradire la mia fuga e iniziai la discesa nell'oscurità del cortile.

Mentre scendevo il secondo rampino di scale, un tonfo sordo risuonò all'interno del mio appartamento. Avevano sfondato la porta d'ingresso. Sentii voci concitate e il rumore di cassettoni aperti e rovesciati a terra con violenza.

"Cercate ovunque! Non può essere andato lontano, il vecchio è ancora in casa!" urlò una voce dura.

Aumentai il passo, ignorando il dolore alle ginocchia consumate dall'artrite. Arrivai nel cortile interno, un rettangolo di cemento buio circondato da alti muri e cassonetti dell'immondizia. L'unica uscita era un piccolo cancello di ferro battuto che dava su un vicolo secondario, chiuso da un lucchetto di cui avevo perso la chiave anni prima.

Guardai il cancello. Era alto quasi due metri. Per un uomo della mia età, saltarlo era un'impresa folle, ma non avevo alternative. Arrampicai incastrando le scarpe tra le decorazioni in ferro, sentendo i muscoli delle braccia protestare violentemente per lo sforzo. Superai la cima e mi lasciai cadere dall'altra parte, impattando sul cobalto del vicolo con un dolore acuto che mi trafisse la caviglia destra.

Trattenni un grido di dolore. Mi rialzai zoppicando e mi immersi nelle ombre dei portici bolognesi, lontani dalle luci principali della strada.

Dove potevo andare? La mia casa era compromessa, la polizia era inaffidabile come aveva avvertito Chiara, e Corrado Valli aveva uomini che pattugliavano la zona. L'unica persona che poteva aiutarmi ad decifrare la seconda parte del messaggio di mia figlia—quella "Chiave 1984"—era qualcuno che conosceva il passato della mia famiglia meglio di chiunque altro.

Mi avviai verso il quartiere Bolognina, camminando per oltre mezz'ora nell'oscurità, tenendomi sempre ridosso ai muri ed evitando ogni auto che passava. La caviglia mi faceva un male cane, ma l'adrenalina spegneva qualsiasi percezione fisica.

Raggiunsi un vecchio edificio popolare e salii fino al quarto piano, bussando alla porta dell'appartamento 12. Lì viveva Marco, un mio vecchio amico d'infanzia ed ex perito informatico in pensione, l'unico uomo di cui potessi ancora fidarmi ciecamante in quella città diventata improvvisamente ostile.

Dopo lunghi secondi di attesa, la porta si aprì per uno spioncino tenuto dalla catena di sicurezza. Gli occhi stanchi di Marco mi squadrarono con sorpresa e preoccupazione.

"Renato? Ma che ci fai qui a quest'ora? Sei sconvolto... e sei bagnato inzuppato!" disse sbloccando la catena e facendomi entrare di corsa.

Entrai nel suo piccolo appartamento saturo dell'odore di tabacco da pipa e vecchi fogli di carta. Crollai su una sedia della cucina, ansimando vistosa mente.

"Marco... Chiara è morta," dissi con un filo di voce, sentendo per la prima volta le lacrime calde rigarmi il volto polveroso. "E stasera hanno cercato di uccidere anche me."

Marco sbiancò, portandosi una mano alla bocca. "Cosa stai dicendo? Chiara? Ma non la vedevi da..."

"Lo so, lo so!" lo interruppi estraendo la lettera e la foto dallo zaino. "Mi ha lasciato questo. Un uomo di nome Corrado Valli la inseguiva. Ora ha mia nipote Sofia nascosta da qualche parte e io devo salvarla prima che la trovino loro. Ma ho bisogno del tuo aiuto, Marco. Devo capire cosa significa questo codice."

Marco prese gli occhiali da lettura e studiò il foglio. Il suo sguardo passò dalle coordinate alla stringa finale: Chiave 1984.

"Le coordinate indicano una zona boschiva vicina a Pianoro, in una vecchia proprietà abbandonata," disse Marco picchiettando le dita sul tavolo. "Ma questa 'Chiave 1984'... Renato, il 1984 non è un anno qualunque per te e Adele, vero?"

I miei ricordi volarono all'improvviso indietro nel tempo, a trentanove anni prima. Il 1984 era l'anno in cui io e mia moglie avevamo acquistato la nostra prima casa di campagna, una piccola stalla ristrutturata dove Chiara aveva trascorso i primi anni della sua infanzia. Ma quel posto era stato venduto più di vent'anni fa.

O almeno, così credevo.

Prima che potessimo approfondire il ragionamento, il cellulare di Marco sul tavolo prese a vibrare intensamente. Sul display comparve un messaggio di testo da un numero sconosciuto.

Marco prese il telefono e lesse il testo. Il suo viso divenne di un pallore spettrale.

"Renato..." balbettò alzando gli occhi verso di me con un terrore puro. "Il messaggio dice: 'Sappiamo che il vecchio è da te. Se non apri la porta tra dieci secondi, buttiamo giù tutto'."