Alle due di notte squillò il telefono
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Alle due di notte squillò il telefono

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L'aria all'interno della vettura dei Servizi Segreti era satura di tensione mentre sfrecciavamo a oltre centocinquanta chilometri orari lungo la statale in direzione di Sasso Marconi. Le sirene spiegatissime fendevano la nebbia mattutina, e i lampeggianti blu riflettevano la loro luce sulle pareti di roccia e sui boschi dell'Appennino.

Seduto sul sedile posteriore, stringevo forte la mano della piccola Sofia. La bambina guardava fuori dal finestrino con grandi occhi speranzosi, tenendo stretta nella tasca la vecchia fotografia di sua madre. Marco era seduto accanto a me, mentre Elena si trovava sul sedile del passeggero anteriore, sintonizzata sulle frequenze radio dell'operazione di soccorso.

"Condizioni del soggetto?" chiese il Comandante Di Stefano con tono perentorio nel microfono della radio.

"Parametri vitali deboli, Comandante!" rispose la voce incrinata dell'agente medico sul posto. "Ha ferite da arma da fuoco multiple all'addome e una grave emorragia interna. L'ambulanza di rianimazione sta arrivando, ma la paziente ha perso conoscenza. Dice continuamente un nome... dice 'Papà'."

Un singhiozzo mi salì dalla gola. Mi coprii la bocca con la mano per non spaventare Sofia. Mia figlia era viva! Chiara aveva lottato contro la morte per tre lunghi giorni in quell'inferno, resistendo alla tortura e alle ferite solo per rivedere sua figlia e per sapere che la sua missione era compiuta.

"Dite all'équipe medica di non muoverla finché non arriviamo!" ordinò la Di Stefano. "Siamo a due minuti dal sito!"

La vettura svoltò bruscamente all'interno di una tenuta agricola recintata e protetta da alte mura di cinta in pietra. Diversi mezzi dei Carabinieri ed un'ambulanza a fari spenti stavano stazionando davanti al portone di una vecchia villa padronale abbandonata.

Non appena l'auto si fermò, spinsi la portiera ed uscii di corsa, ignorando la zoppia e il dolore acuto che mi straziava la caviglia.

"Renato, aspetti!" gridò Elena seguendomi.

Mi precipitai all'interno dell'edificio, scendendo una rampa di ripide scale di cemento che conducevano al seminterrato blindato. L'aria sotto terra puzzava di umidità, ferro e polvere da sparo. All'interno di una piccola stanza priva di finestre, illuminata solo dai fari portatili dei soccorritori, due medici stavano lavorando febbrilmente attorno a una figura stesa su una barella pieghevole.

I suoi riccioli castani erano coperti di polvere e sangue asciutto. Il suo viso era spaventosamente pallido, gli occhi chiusi, il respiro ridotto a un sibilo impercettibile.

Era Chiara. La mia bambina.

"Chiara!" urlai disperato, lasciandomi cadere in ginocchio accanto alla barella e afferrando la sua mano gelida e priva di forze. "Chiara, sono io! Sono il tuo papà! Ti prego, resta con me! Non te ne andare di nuovo!"

I medici tentarono di scostarmi per applicarle il defibrillatore, ma io mi strinsi a lei, baciandole la fronte insanguinata e bagnandole il viso con le mie lacrime.

"Ti ho perdonata, Chiara... anzi no, perdonami tu! Perdonami per non aver capito, per non aver capito quanto fossi straordinaria!" gridai piangendo. "Sofia è qui! L'abbiamo salvata! È fiera di te, Chiara! Risvegliati, ti prego!"

Al suono di quella voce, al suono della parola Sofia, la mano gelida di Chiara fece un piccolissimo, quasi impercettibile movimento. Le sue palpebre tremarono lentamente.

I monitor dei parametri vitali, che fino a un secondo prima emettevano un segnale debole e irregolare, registrarono un improvviso balzo della frequenza cardiaca.

Chiara aprì gli occhi a fatica. Il suo sguardo opaco e sofferente cercò il mio nell'oscurità della stanza, mettendo a fuoco il mio volto stanco ed insanguinato.

Un debolissimo, dolcissimo sorriso comparsa sulle sue labbra scremate dal sangue.

"Papà..." mormorò con un filo di voce appena udibile. "Sei... sei venuto..."

"Sono qui, tesoro mio. Non me ne vado più," le sussurrai riempiendole il viso di baci.

In quel momento, Elena fece entrare nella stanza la piccola Sofia. La bambina vide la madre, si congelò per un secondo, e poi corse verso la barella gridando con quanta voce aveva in corpo:

"Mamma! Mamma!"

Chiara volse lo sguardo verso la figlia. Una singola lacrima lucida solcò la sua guancia pallida. Allungò con uno sforzo immane le dita per sfiorare la guancia della bambina.

"La mia... piccola Sofia..." disse Chiara, prima che i suoi occhi si chiudessero di nuovo e il suo corpo si rilassasse completamente sulla barella.

"L'abbiamo stabilizzata! Ha ripreso il battito autonomo!" gridò il medico primario sollevando la barella. "Portiamola subito in sala operatoria all'Ospedale Maggiore! C'è ancora una speranza!"

La barella venne portata via di corsa verso l'ambulanza. Rimanemmo nel seminterrato buio, con le mani ancora calde del contatto di mia figlia, mentre le sirene dell'ambulanza ripartivano a tutta velocità verso il centro di Bologna.