Alle due di notte squillò il telefono: sul display lessi un numero che non vedevo da nove anni, perché chiamava proprio ora mia figlia?
In quella penombra spessa che avvolgeva il mio appartamento nel centro di Bologna, il bagliore bluastro dello schermo sembrava tagliare l'aria come una lama. Mi chiamo Renato, ho settantuno anni, e da quando mia moglie Adele se n'è andata per un male incurabile, vivo come un vedovo solitario tra i ricordi, i libri ingialliti e l'eco di una casa diventata troppo grande per me. Ma la ferita più profonda, quella che non ha mai smesso di sanguinare, porta il nome di mia figlia.
Chiara se n'era andata nove anni fa dopo un litigio furioso, sbattendo la porta di casa in una notte piovosa e lasciandomi con un macigno nel petto. "Non voglio più far parte di questa famiglia," mi aveva urlato contro con gli occhi pieni di rabbia e rancore, prima di sparire nel nulla. Per anni ho cercato di rintracciarla, ho chiesto ad amici, ho consumato le suole delle scarpe per le vie della città, ma lei aveva tagliato ogni ponte, come se volesse cancellare la sua stessa esistenza.
Ora, dopo tremilaseicento giorni di silenzio assordante, quel nome lampeggiava di nuovo di fronte ai miei occhi stanchi: Chiara.
Con le mani che tremavano in modo incontrollabile, premetti il tasto verde e portai il telefono all'orecchio. Il cuore mi batteva così forte in gola da impedirmi quasi di respirare.
"Chiara? Chiara, sei tu? Rispondimi, ti prego..." mormorai con la voce rotta dall'emozione.
Dall'altro capo della linea non giunse alcuna risposta. Nessuna parola, nessun pianto. Sentii solo un respiro leggero, affannoso, intervallato dal sibilo sottile del vento, poi il silenzio più assoluto. E infine, tre brevi beep che segnalavano l'interruzione della chiamata.
"Chiara!" gridai nel microfono, ma era già troppo tardi.
Richiamai subito quel numero, febbrilmente, ripetendo il gesto tre, quattro, cinque volte. Ma una voce metallica e impersonale mi rispose ogni volta con la stessa frase spietata: Le opzioni di chiamata non sono disponibili, il numero inserito risulta disattivato.
Mi misi le mani nei capelli, sedendomi sul bordo del letto. Un sudore freddo mi bagnava la fronte. Perché chiamarmi a quell'ora? Perché rompe il silenzio dopo nove anni per poi non dire nulla? L'angoscia mi stringeva il petto come una morsa di ferro. Capii subito che non avrei più ripreso sonno.
Mi alzai, infilai la veste da camera ed uscii nel corridoio buio per andare in cucina a prepararmi un bicchiere d'acqua. Ma mentre passavo davanti all'ingresso, notai qualcosa di anomalo. Sotto la fessura della porta blindata sporgeva un rettangolo bianco.
Accesi la luce della galleria. Lì per terra c'era una busta bianca, priva di francobollo e senza alcun indirizzo scritto sopra. Era stata infilata a mano, proprio mentre me ne stavo a letto a fissare il telefono.
Con un senso di vertigine, mi chinai a raccoglierla. Aprii la busta con dita malferme. All'interno non c'era alcuna lettera, ma soltanto una fotografia a colori con i bordi leggermente consumati.
La foto ritraeva una bambina di circa sette o otto anni, con capelli ricci castani e due grandi occhi scuri che mi fissavano con un'espressione incredibilmente intensa. C'era qualcosa nei suoi tratti, nel modo in cui inclinava il viso mentre sorrideva timidamente, che mi fece sobbalzare. Non la avevo mai vista in vita mia, eppure quel volto mi ricordava spaventosamente qualcuno.
Girai la fotografia. Sul retro, tracciata a penna con una grafia frettolosa ma inconfondibile—la grafia di mia figlia Chiara—c'era scritta solo una data: 14 Ottobre.
La data di due giorni dopo.
Quella notte la passai camminando avanti e indietro per il soggiorno, stringendo tra le mani quella fotografia ed esaminandola nei minimi dettagli sotto la luce della lampada da tavolo. Chi era quella bambina? Mia nipote? Chiara aveva avuto una figlia senza che io sapessi nulla? E perché lasciarmi quella foto proprio la stessa notte di quella telefonata fantasma?
I due giorni successivi trascorsero in un limbo tormentoso. Non riuscivo a mangiare, trascuravo le mie passeggiate quotidiane sotto i portici di Bologna e sussultavo a ogni minimo rumore che proveniva dal pianerottolo. Più guardavo il viso di quella bambina, più la sensazione di un pericolo imminente si radicava nel mio animo.
La sera del 14 ottobre, esattamente quarantotto ore dopo la chiamata, il campanello di casa suonò.
Il suono acuto rimbombò nella casa silenziosa. Mi precipitai verso la porta e guardai attraverso il spioncino. Bussa una donna sulla trentina, dai capelli biondi legati in modo disordinato e con un impermeabile scuro ancora bagnato di pioggia. Aveva il viso scavato dalla stanchezza e gli occhi rossi, gonfi di pianto.
Aprii la porta di scatto, senza neppure chiedere chi fosse.
"Lei è Renato?" chiese la donna con voce tremante, guardandosi alle spalle lungo le scale come se temesse di essere inseguita da qualcuno.
"Sì, sono io. Chi è lei? Conosce Chiara?" chiesi d'un fiato, afferrandole quasi il braccio per l'agitazione.
La donna fece un passo indietro, visibilmente scossa, poi infilò la mano nella tasca profonda del suo impermeabile ed estrasse un foglio di carta piegato in quattro, visibilmente spiegazzato.
"Mi chiamo Elena... ero un'amica di Chiara," disse la donna, facendomi porgere quel foglio con la mano che le tremava vistosamente. "Doveva dartelo lei stessa, ma non ha fatto in tempo."
Un brivido glaciale mi corse lungo la schiena. "Cosa significa 'non ha fatto in tempo'? Dov'è Chiara? Che cosa le è successo?!"
Elena scosse la testa lentamente, mentre una lacrima solcava la sua guancia pallida. "Non posso stare qui, Renato. Non è sicuro. Legga la lettera... c'è scritto tutto lì. Ma stia attento, non si fidi di nessuno. Nemmeno della polizia."
Prima che potessi fermarla o farle un'altra domanda, Elena si voltò e scese di corsa le scale, scomparendo nell'oscurità dell'androne del palazzo. Il portone di sotto si chiuse con un colpo secco.
Rimasi solo sul pianerottolo, con il cuore che mi martellava nel petto e quel foglio piegato tra le dita. Rientrai in casa, chiusi la porta a chiave e mi appoggiai con la schiena al legno massiccio, cercando di riprendere il controllo del mio respiro.
Spiegai il foglio di carta. Il profumo familiare del profumo di Chiara mi investì subito, forte e straziante, rievocando anni di ricordi felici prima che la nostra famiglia si distruggesse. Riconobbi la sua scrittura ordinata, tracciata con l'inchiostro nero.
Spostai lo sguardo in alto per iniziare la lettura. Lessi solo la prima riga prima che le mani mi si fermassero di colpo e il respiro mi si bloccasse in gola:
"Papà, se stai leggendo queste righe significa che sono già morta, e che la persona che mi ha ucciso sta venendo a cercare tua nipote..."






