L'Ospedale Maggiore di Bologna era immerso in un silenzio irreale nelle prime ore del pomeriggio. La sala d'attesa del reparto di Chirurgia d'Urgenza al terzo piano era diventata il nostro quartiere generale temporaneo. Il pavimento di linoleum lucido rifletteva le luci al neon, e l'odore penetrante di disinfettante ci ricordava costantemente dove ci trovavamo e cosa c'era in gioco.
Eravamo tutti lì: io, la piccola Sofia che dormiva profondamente sdraiata sulle mie gambe avvolta nel mio cappotto, Marco che beveva il suo quinto caffè da un bicchiere di plastica, ed Elena, che manteneva la guardia vicino alla porta d'ingresso del corridoio.
Erano trascorse oltre cinque ore da quando Chiara era entrata in sala operatoria. Cinque ore di agonia pura, durante le quali ogni volta che la porta automatica della sala si apriva, il mio cuore rischiava di fermarsi per il terrore di sentire il verdetto definitivo del chirurgo.
Il Comandante Di Stefano entrò nella sala d'attesa passo deciso, portando con sé una mazzetta di documenti e due cartelline riservate. Si avvicinò al nostro gruppo e fece un cenno di saluto a Marco e ad Elena prima di rivolgersi a me.
"Renato," disse la Di Stefano a bassa voce per non svegliare Sofia. "Ho notizie dalla Procura Generale di Roma."
"Che succede?" chiesi alzando lo sguardo stanco.
"La chiavetta USB di Chiara era una miniera d'oro per la giustizia," spiegò il Comandante sedendosi accanto a me. "Grazie alle prove che ha raccolto negli ultimi cinque anni, abbiamo eseguito all'alba trentasette ordinanze di custodia cautelare in tutta Italia. Corrado Valli non vedrà mai più la luce del sole. Ha accuse di associazione mafiosa, traffico d'armi, sequestro di persona ed omicidio. Anche la sua rete di coperture politiche e giudiziarie è stata completamente smantellata."
Marco fece un sospiro di sollievo, scuotendo la testa. "Chiara ha compiuto un vero e proprio miracolo. Ha distrutto un mostro che la polizia cercava di prendere da un decennio."
"Sì," confermò la Di Stefano guardando la piccola Sofia con dolcezza. "Tua figlia è un eroe nazionale, Renato. Ma il prezzo che ha pagato è stato altissimo."
In quel preciso istante, le doppie porte a vetri della sala operatoria si aprirono con un fruscìo metallico. Ne uscì un medico alto, vestito con il camice verde ancora macchiato di sangue, che si tolse la mascherina chirurgica e si asciugò la fronte coperta di sudore.
Mi alzai di scatto, adagiando delicatamente Sofia sul divanetto. Zoppicai verso il medico, sentendo le dita tremarmi in modo incontrollabile.
"Dottore..." balbettai. "Mia figlia..."
Il chirurgo mi guardò negli occhi. Per qualche secondo non disse nulla, e quel silenzio mi sembrò lungo un'eternità. Poi, la sua espressione stanca si ammorbidì in un sorriso stanco ma profondo.
"È stata un'operazione difficilissima, Signor Renato," disse il medico mettendomi una mano sulla spalla. "Ha perso enormi quantità di sangue e abbiamo dovuto ricostruire parte dell'intestino e fermare un'emorragia epatica grave. Ma tua figlia ha la tempra di un leone. Il cuore ha tenuto. L'intervento è riuscito."
Un grido di gioia soffocato uscì dalla gola di Elena, mentre Marco si coprì il viso con le mani e scoppiò in un pianto liberatorio. Io crollai sulle ginocchia, appoggiando la testa contro il muro dell'ospedale e ringraziando Dio con tutto il fiato che avevo in corpo.
"Posso... posso vederla?" chiesi al chirurgo con la voce affogata nelle lacrime.
"È ancora sotto l'effetto dell'anestesia totale e la terremo in terapia intensiva protetta per le prossime quarantotto ore," rispose il medico. "Ma sì, può entrare per qualche minuto. Un parente alla volta."
Mi voltai verso Sofia, che si era svegliata al suono delle nostre voci e ci guardava con occhi grandi e curiosi.
"Andiamo, piccola mia," le dissi prendendola per mano. "Andiamo a salutare la mamma."
Entrammo nella stanza sterillizzata della rianimazione. Chiara giaceva nel letto, circondata da macchinari e flebo che monitoravano il suo respiro lento ma regolare. Il suo viso non era più spaventosamente pallido come prima; un leggero colorito rosato era tornato sulle sue guance.
Ci avvicinammo al letto. Sofia si sporse verso l'orecchio di sua madre e le sussurrò con estrema dolcezza:
"Mamma... il nonno è qui. Ce l'abbiamo fatta. Possiamo tornare a casa."
Un monitor accanto al letto mostrò un leggero aumento della frequenza cardiaca di Chiara, come se anche nel sonno profondo dell'anestesia avesse percepito quelle parole.
Uscimmo dalla stanza mezz'ora dopo con il cuore colmo di una pace che non provavo da nove lunghissimi anni. Ma sapevo che il nostro viaggio non era ancora del tutto finito. C'erano ancora delle ferite da rimarginare e un futuro tutto da ricostruire.






