parte 9: Il Ritorno di Gaetano
La notte avanzava lenta e silenziosa, interrotta solo dal ticchettio regolare dell'orologio a pendolo nel grande atrio della villa e dal rumore sordo della pioggia battente sui vetri antisfondamento. Mi ero concessa un bicchiere di vino bianco nella cucina ristrutturata, godendomi per la prima volta in tre anni il lusso inestimabile della pace domestica.
Non c'erano suore invadenti, non c'erano mariti sottomessi ma complici, non c'erano giudizi velenosi mascherati da consigli familiari. Ero finalmente padrona assoluta del mio spazio e del mio destino. All'improvviso, un rumore sordo proveniente dal perimetro esterno della villa interruppe la quiete della notte. Non si trattava del vento, né del ramo di un albero che sfiorava la facciata.
Era il rumore metallico di un cancellino di servizio che si apriva, seguito da passi pesanti e furtivi sulla ghiaia bagnata del vialetto posteriore. Posai lentamente il bicchiere di cristallo sul bancone di marmo e mi diressi senza fare rumore verso il pannello di controllo della domotica di casa. Attivai le telecamere di sorveglianza notturna collegate allo smartphone.
Sul display ad alta definizione, illuminato dalla luce spettrale degli infrarossi, apparve la figura incappucciata di Gaetano. Aveva il volto coperto da un cappuccio nero, le mani infilate nelle tasche di una pesante giacca impermeabile e un piede che zoppicava leggermente per la fretta. Si stava dirigendo verso la portafinestra della cucina, quella stessa portafinestra che affacciava sul giardino sul retro e che i tecnici non avevano ancora fatto in tempo a blindare definitivamente.
Il cuore mi saltò in gola per un istante, ma la paura si trasformò immediatamente in una lucida e fredda determinazione. Gaetano non era venuto a scusarsi; era venuto a cercare i documenti originali della cassaforte o, peggio ancora, a compiere un atto di vandalismo per distruggere ciò che non poteva più possedere. Mi mossi silenziosamente nel buio della cucina, evitando di accendere qualsiasi luce, e raggiunsi il cassetto nascosto sotto la penisola dove mio padre aveva fatto installare un sistema di allarme antirapus silenziato e una vecchia pistola legalmente detenuta per la sicurezza della tenuta, che avevo imparato a usare al poligono durante la mia adolescenza.
Mentre sentivo i colpi leggeri e metallici tentare di forzare la serratura della portafinestra, digitai rapidamente il numero d'emergenza dei carabinieri sul mio cellulare, tenendolo pronto a premere il tasto di invio non appena la situazione fosse degenerata.






