La Poltrona di Pelle a Parma
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La Poltrona di Pelle a Parma

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parte 5: L'Arrivo di Miriam

Il rumore di un colpo secco battuto contro i vetri della finestra che dava sul giardino interruppe il nostro silenzio teso. Sobbalzai, mentre Gaetano si girò di scatto verso l'esterno. Con una lentezza spettrale, la finestra a battente si aprì lentamente, spinta da una mano guantata di pelle nera. Sulla soglia, illuminata dai fari di un'automobile rimasta accesa lungo il vialetto ghiaioso, comparve la sagoma inconfondibile di mia suocera Miriam.

Era entrata nel parco scavalcando il cancello laterale o passando per i campi, incurante del freddo e della pioggia sottile che aveva iniziato a cadere. I suoi capelli perfettamente cotonati erano leggermente scompigliati dal vento, ma il suo sguardo era lo stesso di sempre: una lama affilata intrisa di disprezzo e di calcolo machiavellico. "Vedo che la commedia è finita in anticipo," esordì Miriam con la sua voce roca e imperiosa, avanzando nella stanza senza che nessuno la invitasse, calpestando il tappeto antico con le scarpe infangate.

"Sapevo che eri un'ingrata, Elena, ma non pensavo che fossi arrivata al punto di complottare alle spalle di mio figlio per rubargli la casa." Guardai la donna con un sorriso di pura compassione mista a disgusto. "Rubargli la casa, Miriam? Dovrebbe ripassare un po' di diritto civile o, quantomeno, dare un'occhiata alle carte che suo figlio teneva nascoste in questa cassaforte.

La proprietà è mia. Siete voi che avete vissuto da parassiti a spese mie per tre anni, insultandomi a casa mia." Miriam si bloccò di scatto, sibilando tra i denti: "Tu non vali nulla senza di noi! Senza il nome dei Montanari, saresti solo la figlia di un piccolo imprenditore di provincia arricchito!" "Il piccolo imprenditore di provincia, come lo chiama lei, ha comprato questo intero quartiere residenziale mentre suo marito accumulava debiti nei bar di Parma," sbottai io, perdendo finalmente la pazienza e affrontandola viso a viso, senza indietreggiare di un solo centimetro.

Gaetano rimase in mezzo a noi due, totalmente incapace di intervenire, un burattino i cui fili erano stati tagliati da tempo. Miriam, furiosa per essere stata messa all'angolo da quella che considerava una subalterna, decise di giocarsi la carta della disperazione emotiva, estraendo dalla borsa un vecchio telefono cellulare e digitando un numero con dita tremanti.

"Adesso chiamo i tuoi genitori e vediamo se hanno il coraggio di difendere le tue follie da pazza isterica!" urlò lei, premendo il tasto di chiamata viva voce. Il telefono iniziò a suonare, ma dall'altra parte della cornetta non rispose nessuno dei miei familiari. Invece, una voce estranea, fredda e professionale, rispose: "Studio Legale Associato Verdi, buonasera. A chi desidera parlare?" Miriam rimase interdetta, guardando lo schermo del telefono. Ma la vera sorpresa arrivò un secondo dopo, quando la porta principale della villa si spalancò con un tonfo metallico e dei passi pesanti risuonarono nel corridoio.