Il Mistero della Notte Tarantina
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Il Mistero della Notte Tarantina

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Parte 3: La clinica abbandonata e il primo indizio

Le indicazioni frammentate ricevute da quella telefonata anonima mi avevano condotto alla periferia industriale di Taranto, in una zona di capannoni dismessi e cliniche private fallite negli anni Novanta, inghiottite dalla ruggine e dall'oblio. La pioggia batteva fitta sui tetti sfondati, creando un sottofondo spettrale che si mescolava al rumore dei miei passi pesanti mentre spingevo il pesante portone di ferro arrugginito della vecchia struttura sanitaria.

La torcia elettrica nella mia mano destra fendeva il buio denso di polvere e muffa. L'odore di chiuso e di disinfettante rancido mi pizzicava le narici. Eppure, c'era qualcosa di nuovo nell'aria: un debole profumo di lavanda, lo stesso che Renata usava sempre, misto all'odore acre di un generatore di corrente portatile in funzione. Mi mossi con la massima cautela, la pistola d'ordinanza estratta dalla fondina e puntata in avanti, il dito indice ben disteso lungo il fusto.

Ogni angolo buio sembrava celare un'insidia, ogni ombra proiettata dalla torcia assumeva le sembianze di una minaccia invisibile. Al piano terra non c'era anima viva, ma salendo la rampa di scale che portava al reparto di maternità dismesso, notai una scia di gocce d'acqua fresca sul pavimento polveroso. Qualcuno era passato di lì pochissimi minuti prima.

Arrivato nel corridoio principale, vidi una porta socchiusa da cui filtrava una debole luce giallognola. Il cuore batteva all'impazzata contro le costole. Mi avvicinai silenziosamente, appoggiando la schiena alla parete fredda, trattenendo il respiro per cogliere qualsiasi suono provenisse dall'interno. «Non puoi tenerla nascosta per sempre, Lorenzo.

Marco ha già scoperto troppo» era la voce di Renata. Suonava disperata, spezzata da singhiozzi incontrollabili che nulla avevano a che spartire con la freddezza glaciale mostrata in ospedale poche ore prima. «Stai tranquilla, Renata. Il gioco è quasi finito per lui, e presto riceverà la sua lezione definitiva» rispose una voce maschile, profonda, gelida come il ghiaccio.

Scattai in avanti, calciando la porta con tutta la forza che avevo in corpo, pronto a far fuoco... ma la stanza era completamente vuota. C'era soltanto un computer portatile acceso su una scrivania metallica, con lo schermo che lampeggiava mostrando un indirizzo IP in codice e una videocamera rivolta direttamente verso di me, che trasmetteva in tempo reale la mia espressione sconvolta.