Parte 13: Il confronto definitivo e la scelta d'amore
Il sole del mattino filtrava timido attraverso le persiane socchiuse della mia stanza in caserma, asciugando finalmente i vetri appannati dalla lunga e tragica notte tarantina. Ascoltai Renata in silenzio per oltre un'ora. Mi raccontò la paura di essere braccata, la decisione disperata di accettare una nuova identità protetta, l'incontro casuale con me a Bari e poi a Taranto che si era trasformato, giorno dopo giorno, in un amore vero, profondo, sincero, ben oltre la copertura iniziale. «Ti ho amato fin dal primo momento, Marco.
Non c'era calcolo in quello che provavo per te, anche se sapevo che il mio segreto avrebbe potuto distruggerti da un momento all'altro» disse Renata con le lacrime agli occhi, stringendomi una mano callosa tra le sue. Guardai la sua mano, poi pensai ad Alice, alla bambina che avevo cresciuto con tutto l'amore di cui ero capace, insegnandole a camminare, a biciclettare, a ridere nei pomeriggi d'estate lungo il litorale ionico.
La genetica aveva tracciato una linea biologica con Lorenzo, ma la vera paternità, quella che contava davvero, si era forgiata giorno dopo giorno tra notti in bianco, abbracci protettivi e sorrisi condivisi. «Il test del DNA può dire quello che vuole, Renata» le dissi con voce ferma, stringendole la mano a mia volta. «Ma io sono l'unico padre che Alice ha mai conosciuto, e l'unico che riconoscerà mai.
Per quanto riguarda noi... ricostruiremo tutto sulla verità, senza più segreti né ombre.» Renata annuì, un sorriso finalmente autentico che le illuminava il volto segnato dalla stanchezza. C'era ancora molto lavoro da fare con i magistrati, con le deposizioni e con la protezione testimoni per chiudere definitivamente i conti con il passato, ma la tempesta peggiore era finalmente alle nostre spalle.






