«Sono andata a fare una sorpresa a mio marito in ospedale, ma un suo collega mi ha guardata con le lacrime agli occhi e mi ha chiesto: “Non ti ha detto niente, vero?”»
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«Sono andata a fare una sorpresa a mio marito in ospedale, ma un suo collega mi ha guardata con le lacrime agli occhi e mi ha chiesto: “Non ti ha detto niente, vero?”»

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PARTE 8

Percorsi il perimetro esterno dell'edificio, tenendomi nascosta dietro i container della spazzatura e i vecchi bancali di legno accatastati lungo il retro del capannone. Il vento freddo della periferia mi sferzava il viso, ma non sentivo alcun freddo; l'adrenalina e la rabbia bruciavano dentro di me come un fuoco inestinguibile.

Arrivata sul retro, notai una piccola porta tagliafuoco in metallo verde, socchiusa di pochi centimetri per permettere a qualcuno di far passare un flusso d'aria o, forse, per distrazione di chi era appena entrato. Mi avvicinai furtivamente, trattenendo il respiro, e poggiai l'orecchio contro la fessura della porta.

Dall'interno provenivano suoni attutiti: il tintinnio metallico di fiches da casinò, il brusio sommesso di voci maschili che parlavano in tono serio, e in sottofondo una musica jazz soffusa che stonava terribilmente con l'atmosfera tesa che si respirava in quel luogo. Spinsi delicatamente la porta con la punta delle dita. La cerniera cigolò impercettibilmente, ma per mia fortuna nessuno sembrò accorgersene.

sgusciai all'interno, ritrovandomi in un corridoio buio e stretto che odorava di fumo di sigaro costoso, alcool e cuoio vecchio. Il corridoio conduceva direttamente a una serie di sale più ampie illuminate da luci soffuse e lampadari di cristallo. Mi mossi furtiva, rasentando le pareti rivestite di pannelli di legno scuro, finché non giunsi in corrispondenza di un'ampia arcata aperta che dava su una sala principale arredata come un lussuoso salotto privato.

Al centro della stanza, seduto attorno a un tavolo da poker ricoperto di panno verde con intarsi in radica, c’era un gruppo di uomini ben vestiti che fumavano sigari cubani e bevevano cognac da bicchieri di cristallo pesante. Tra di loro, con la camicia leggermente sbottonata sul collo e le maniche rimborsate fino ai gomiti, c'era Marcus.

Il suo volto non era stanco come quando tornava a casa la mattina. Era teso, concentrato, ma nei suoi occhi c'era una luce febbrile, la stessa luce che appartiene a chi sta giocando non solo per denaro, ma per la propria sopravvivenza. Sul tavolo davanti a lui c'erano pile altissime di fiches colorate, accanto a una valigetta medica aperta che mostrava strumenti chirurgici di precisione e fiale di medicinali controllati.

«La mano è tua, dottore,» disse un uomo corpulento seduto dall'altra parte del tavolo, un individuo dalla cicatrice vistosa lungo la guancia destra che lo faceva sembrare un mafioso uscito da un film noir. «Vuoi rilanciare o preferisci ritirarti e saldare il debito con qualcos'altro? Sappiamo bene che i contanti ormai scarseggiano per te.»

Marcus rimase immobile per qualche secondo, fissando le carte che teneva in mano con una calma apparente che tradiva un tremore quasi impercettibile alle dita.