«Sono andata a fare una sorpresa a mio marito in ospedale, ma un suo collega mi ha guardata con le lacrime agli occhi e mi ha chiesto: “Non ti ha detto niente, vero?”»
News Story

«Sono andata a fare una sorpresa a mio marito in ospedale, ma un suo collega mi ha guardata con le lacrime agli occhi e mi ha chiesto: “Non ti ha detto niente, vero?”»

3 visualizzazioni

PARTE 13

Il tempo sembrò fermarsi in quella cella sotterranea. Ogni minuto trascorreva con la lentezza estenuante di un'agonia, scandito solo dal respiro affannoso di Marcus e dal ticchettio regolare del mio orologio da polso. Le mie dita perlustravano centimetro per centimetro le pareti di cemento grezzo della stanza, alla ricerca di una tubatura instabile, di un pannello allentato, di qualsiasi punto debole nella struttura di quel magazzino clandestino.

«Non serve a nulla, Elena...» ripeteva Marcus con voce roca, seduto con la schiena appoggiata al muro freddo, tenendosi ancora la mano sul fianco dolorante dove aveva ricevuto il pugno. «Questi muri sono in cemento armato. Ci controllano dalle telecamere. Ogni nostro movimento è monitorato.»

«Smetti di fare il codardo, Marcus!» esclamai a bassa voce, voltandomi di scatto verso di lui con gli occhi che brillavano nel buio. «Hai passato anni a salvare vite umane in ospedale, a prendere decisioni in pochi secondi quando tutto sembrava perduto. E adesso ti arrendi così? Abbiamo una figlia che ci aspetta a casa, una bambina di otto anni che non sa nemmeno se i suoi genitori faranno ritorno domani mattina! Trova la forza che hai usato in sala operatoria e usala adesso per uscire da questo incubo!»

Le mie parole sembrarono colpirlo come una scossa elettrica. Marcus sollevò lentamente il viso, fissandomi nel buio con un'intensità nuova, come se la nebbia della disperazione che lo aveva accecato per mesi si stesse finalmente diradando. Un barlume di quella determinazione che lo aveva reso un chirurgo brillante tornò a brillare nei suoi occhi.

«Hai ragione...» mormorò lui, tirandosi faticosamente in piedi e appoggiandosi al muro per trovare l'equilibrio. «Hai maledettamente ragione, Elena.»

Si guardò intorno nella stanza buia, osservando la piccola griglia di aerazione in alto sulla parete opposta. La griglia era fissata con quattro viti arrugginite, ma la struttura metallica del condotto sembrava vecchia e logora dal tempo e dall'umidità dei sotterranei.

«Quella griglia...» sussurrò Marcus, indicandola con un cenno del mento. «Conduce ai vecchi impianti di aerazione del capannone industriale. Se riusciamo a smontarla, potremmo trovare un varco per raggiungere la zona di carico sul retro.»

Senza perdere un solo istante, mi alzai e corsi ad aiutarlo. Utilizzando la fibbia metallica della mia cintura e un piccolo cacciavite tascabile che Marcus aveva fortunatamente conservato nella tasca interna della giacca — un residuo dei suoi attrezzi di precisione — iniziammo a svitare freneticamente le viti arrugginite della griglia, sperando con tutto il cuore che le guardie non decidessero di controllarci proprio in quel momento.