PARTE 7
Lasciai l'ospedale camminando a testa alta, sebbene dentro di me sentissi tutto il mio mondo interiore in frantumi. Salii a bordo della mia utilitaria, appoggiai il sacchetto con il pranzo intatto sul sedile del passeggero — come una reliquia di un tempo che sembrava appartenere a un'altra vita — e inserii l'indirizzo di The Apex Club sul navigatore satellitare dello smartphone.
Il tragitto durò poco più di mezz'ora. Lasciai il centro cittadino, con i suoi negozi eleganti e i caffè affollati, per inoltrarmi nella zona industriale della periferia est. Era un paesaggio desolato di grandi capannoni industriali dismessi, magazzini di logistica dalle saracinesche arrugginite e strade secondarie percorse solo da camion merci e furgoni di corrieri. Più mi avvicinavo alle coordinate indicate da David, più l'atmosfera si faceva cupa e opprimente.
Alla fine, svoltai in un vicolo cieco delimitato da alte recinzioni di ferro battuto sormontate da matasse di filo spinato. Davanti a me si erigeva un edificio massiccio in mattoni scuri, privo di finestre al piano terra, con un'unica grande porta blindata sovrastata da un'insegna discreta in ferro battuto: The Apex Club. Non c'erano insegne luminose, né indicazioni commerciali. Sembrava una fortezza impenetrabile pensata unicamente per tenere il mondo esterno fuori da ciò che accadeva all'interno.
Parcheggiai l'auto a debita distanza, lungo il margine di un capannone abbandonato, e spensi il motore. Rimasi per diversi minuti a fissare quell'ingresso blindato, domandandomi se avessi davvero il coraggio di varcare quella soglia. Cosa avrei trovato dentro? Marcus intento a giocare d'azzardo? Marcus circondato da criminali senza scrupoli? O peggio ancora, avrei scoperto che c'era una ragione ancora più oscura dietro le sue misteriose assenze notturne?
Mentre ero lì a interrogarmi, un'elegante berlina nera di grossa cilindrata svoltò nel vicolo e si diresse lentamente verso l'ingresso principale del club. La sbarra automatica si sollevò senza che l'auto dovesse fermarsi, permettendo al veicolo di infilarsi nel parcheggio privato interno prima che il cancello si richiudesse pesantemente alle sue spalle. Notai la targa: riconobbi subito le prime cifre. Era l'auto aziendale che Marcus noleggiava regolarmente per i suoi spostamenti ospedalieri, quella che risultava sempre intestata a una società di leasing medica.
Il cuore mi balzò in gola. Era lui. Marcus era davvero lì dentro in quel preciso momento.
Senza pensarci due volte, aprii lo portiera della mia auto, scesi sull'asfalto freddo e cominciai a camminare a passo deciso lungo il marciapiede in direzione del cancello blindato. Sapevo che non mi avrebbero mai fatto entrare dalla porta principale spacciandomi per una semplice visitatrice, ma doveva esserci un altro modo. Un accesso secondario, una porta di servizio, un varco da cui poter entrare di frodo per cogliere mio marito in flagrante.






