«Sono andata a fare una sorpresa a mio marito in ospedale, ma un suo collega mi ha guardata con le lacrime agli occhi e mi ha chiesto: “Non ti ha detto niente, vero?”»
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«Sono andata a fare una sorpresa a mio marito in ospedale, ma un suo collega mi ha guardata con le lacrime agli occhi e mi ha chiesto: “Non ti ha detto niente, vero?”»

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PARTE 12

Ci trascinarono via dalla sala principale, spingendoci lungo un corridoio secondario che scendeva verso i sotterranei dell'edificio. L'aria si faceva sempre più fredda, umida e maleodorante, l'odore di muffa e cemento grezzo che sostituiva quello del tabacco costoso e del cognac. Eravamo in trappola, prigionieri nel regno segreto di un'organizzazione che non aveva alcuna intenzione di lasciarci uscire vivi, a meno di un miracolo che in quel momento sembrava impossibile.

Le guardie ci spinsero con forza all'interno di una piccola stanza cieca, adibita presumibilmente a magazzino o a locale tecnico, con una pesante porta di ferro dotata di una serratura elettronica a scatto. Ci gettarono dentro senza alcuna delicatezza, facendoci cadere rovinosamente sul pavimento di cemento freddo.

«Restate qui a riflettere sui vostri debiti,» sghignazzò la guardia più grossa prima di sbattere la porta in faccia. Sentii il rumore metallico del chiavistello che scattava pesantemente dall'esterno, seguito dal clic di un codice numerico inserito sulla tastiera elettronica.

Il buio quasi totale ci avvolse, spezzato solo da un debole fascio di luce giallastra che filtrava da una piccola griglia di aerazione posizionata in alto vicino al soffitto.

«Elena... mi dispiace così tanto...» singhiozzò Marcus, rannicchiato sul pavimento, con la testa affondata tra le mani, mentre le spalle gli tremavano per il pianto. «Non volevo che finisse così. Volevo solo... solo recuperare i soldi persi all'inizio, rimediare a un errore stupido, e poi mi sono ritrovato incastrato in un ingranaggio più grande di me.»

Lo guardai nel buio, sentendo il mio cuore lacerarsi tra la rabbia feroce per le sue bugie e la compassione disperata per l'uomo distrutto che avevo davanti. Mi avvicinai carponi, gli presi il viso tra le mani e lo costrinsi a guardarmi negli occhi, nonostante la penombra.

«Ascoltami bene, Marcus,» dissi con voce ferma, sussurrando vicino al suo orecchio per paura che potessero sentirci attraverso la porta. «Hai fatto degli errori imperdonabili, mi hai mentito per undici anni e ci hai messo in un pericolo mortale. Ma adesso non possiamo permetterci di piangerci addosso. Dobbiamo trovare un modo per uscire di qui.»

Marcus scosse la testa lentamente nel buio, con un sorriso amaro e rassegnato stampato sul volto tumefatto.

«Non c'è via d'uscita, Elena. Victor non ci lascerà mai andare. Sanno troppe cose, e noi sappiamo dove si trova questo posto.»

«Se credi davvero che ci lasceranno qui a morire senza lottare, allora non mi conosci affatto,» dissi, tastando le pareti fredde della stanza alla ricerca di qualcosa, qualsiasi cosa che potesse aiutarci a ribaltare quella situazione disperata.