PARTE 4
«Se non lavora qui... allora perché continua a uscire di casa ogni singola notte con il camice e il tesserino?» chiesi, e la mia voce tremava in modo così incontrollabile che faticavo a riconoscere la mia stessa pronuncia. «Perché mi racconta di interventi disperati, di pazienti salvati per un soffio, di colleghi stanchi morti? Perché mi mente in quel modo così perfetto? A quale scopo?»
David mi guardò con un'espressione di profonda compassione mista a un senso di colpa palpabile. Abbassò lo sguardo sulle proprie scarpe prima di rispondere, come se confessare quella verità lo rendesse in qualche modo complice di un inganno così crudele.
«Non lo fa per quello che immagini, Elena. O almeno... spero per te che non sia così,» mormorò David, stringendosi le braccia intorno al petto. «Marcus è un chirurgo brillante, uno dei migliori che abbia mai visto all'opera. Ma circa un anno e mezzo fa, ha iniziato a cambiare. Aveva debiti? Ha fatto investimenti sbagliati? Questo non lo so con precisione, tra colleghi certe cose non si dicono apertamente finché non esplodono. Ma una cosa è certa: la sua situazione economica era diventata disperata.»
«Debiti?» ripetei quella parola come se fosse una lingua straniera. «Noi non abbiamo debiti. La nostra casa ha un mutuo che stiamo pagando regolarmente, guidiamo auto normali, non facciamo una vita di lusso. Di quali debiti stai parlando?»
«I debiti non arrivano sempre dai mutui della casa, Elena,» rispose David con amarezza. «A volte arrivano da luoghi molto più oscuri. Posti in cui la gente perde il controllo di ciò che possiede, e poi cerca disperatamente un modo per rimediare, finendo per scavarsi una fossa ancora più profonda.»
Un brivido freddo mi percorse la schiena, partendo dalla base del collo fino ai piedi. Pensai alle notti in cui lo avevo trovato seduto sul bordo del letto, con le spalle scosse da un tremito invisibile. Pensai a quando gli avevo chiesto cosa non andasse e lui mi aveva liquidata con un freddo "È stata una notte difficile. Torna a dormire". Non era stanchezza da sala operatoria. Era terrore puro. Era il peso di una realtà parallela che io non avevo mai neppure sospettato esistesse.
«Se non lavora qui, dove va?» domandai con un filo di voce, mentre le lacrime, che fino a quel momento avevo trattenuto con tutta la forza della mia volontà, cominciarono a rigarmi le guance senza che potessi fermarle. «David, ti prego, dimmi la verità. Se sai qualcosa, non nascondermelo. Ne va della mia vita, della vita di nostra figlia.»
David esitò a lungo. Si passò una mano sul viso, tirandosi la pelle della fronte in un gesto di profonda stanchezza. Poi si avvicinò alla porta della saletta, aprì uno spiraglio per controllare che nessuno stesse origliando nel corridoio, e richiuse accuratamente.
«Non posso dirti tutto perché molte cose non le so con certezza neanch'io,» ammise David a bassa voce, voltandosi verso di me. «Ma posso dirti dove l'ho visto l'ultima volta. E ti avverto, Elena: quello che scoprirai non ti piacerà per niente. Anzi, potrebbe distruggerti.»






